La musica nell’antica Grecia

Fin dalle origini della propria storia ogni popolo ha sempre affidato all’oralità le sue leggende, i suoi canti e la sua musica, e quello greco non fa eccezione… ma un’analisi completa del fenomeno musicale nella Grecia antica sarebbe estremamente difficile da effettuare in quanto non possediamo alcun testo con notazione musicale anteriore al III secolo a.C. e i soli ventiquattro frammenti in nostro possesso sono mal conservati e di difficile interpretazione e trascrizione.

images (1)Non possedendo un vero e proprio sistema di notazione musicale, i suoni venivano indicati usando le lettere dell’alfabeto, come possiamo notare nel famoso “Epitaffio di Sicilo”, uno dei pochi esempi di spartito musicale sopravvissuto fino ad oggi.

Inoltre è opportuno tenere a mente che la musica come noi la intendiamo oggi corrisponde solo parzialmente al concetto greco di mousikè tekne, “l’arte delle muse”, costituita dall’intreccio inscindibile di suono, parola e movimento, in cui musica e danza costituivano il pieno completamento e supporto della poesia.

In una cultura che fino al IV secolo a.C. fu essenzialmente orale, infatti, le pubbliche rappresentazioni erano l’unica occasione di intrattenimento e diffusione culturale all’interno della società, in quanto attraverso il linguaggio colto e figurato della poesia veniva veicolato un messaggio, reso poi accattivante dai movimenti armoniosi della danza e facilmente memorizzabile dalla regolarità dei metri e dalla semplicità delle melodie dell’accompagnamento musicale. E proprio in virtù della funzione sociale che essa svolgeva, la musica venne considerata per lungo tempo parte fondamentale dell’educazione del cittadino greco insieme alla ginnastica e allo studio delle lettere, tanto che l’uomo colto, in grado di recepire il messaggio poetico nella sua completezza, era detto mousikòs anèr.

Il panorama musicale delle origini fu estremamente vario e ogni regione possedeva il suo repertorio di canti e melodie per ogni occasione di vita comunitaria, tramandato oralmente attraverso le generazioni. Con il passare del tempo le melodie più apprezzate vennero estrapolate dal loro luogo d’origine e divennero conosciute ovunque con un nome, ricavato dal territorio di provenienza, dalla destinazione sacrale, dalle caratteristiche formali del genere o più semplicemente dal nome del musicista che le aveva rese note a un pubblico più vasto. Queste linee melodiche vennero definite nòmoi, usando lo stesso termine con cui si indicano le leggi, quasi a voler rendere esplicito il loro carattere sacro e immutabile, ed entrarono a far parte della tradizione greca.

Anticamente, infatti, non era lecito eseguire i canti con la cetra così come avviene ora, né praticare modulazioni di ritmi e armonie. Durante l’esecuzione dei nòmoi si conservava la tonalità propria di ciascuno. Perciò avevano questo nome: furono chiamati nòmoi, perché non era lecito trasgredire il modo di accordatura stabilito per ciascuno.

     Plutarco, De Musica, 6.

La maggior parte delle informazioni sulla musica e il suo ruolo nella cultura greca proviene da un trattato erroneamente attribuito dagli antichi a Plutarco, nel quale alcuni ospiti di un simposio vengono invitati dal padrone di casa a discutere sui diversi generi musicali e i loro scopritori, dall’origine dei nòmoi fino alle ultime innovazioni introdotte da compositori alquanto temerari…

Proprio in virtù del carattere sacrale dei nòmoi e del fatto che l’esecuzione musicale fosse anticamente concepita solo come accompagnamento in funzione di un testo poetico, ritmica del brano e metrica del testo erano pressoché coincidenti e non erano ammesse libere interpretazioni o variazioni dei nòmoi da parte dei musicisti. Con il passare del tempo, però, si ha notizia di alcuni compositori che, in parte per rendere la musica più autonoma rispetto alla poesia, in parte per semplice desiderio di sperimentazione, cominciarono a variare le melodie, aggiunsero corde alla cetra e fori al flauto ottenendo così nuovi suoni e differenti armonie. Questo processo di modernizzazione apparentemente semplice e naturale suscitò fortissime reazioni e violentissimi scontri tra gli amanti di questo nuovo genere e i suoi più accaniti detrattori, ben poco inclini a discostarsi dalle tradizioni.

Nelle Rane di Aristofane (commedia rappresentata ad Atene nel 405 a.C.), per esempio, assistiamo alla celebre contesa tra Eschilo ed Euripide (per stabilire chi debba essere considerato il miglior tragediografo di tutti i tempi) nel quale due modi di far musica completamente opposti si scontrano; e nonostante Eschilo venga accusato di monotonia e mancanza di inventiva, e le sua opera venga ritenuta antiquata rispetto a quella di Euripide, che aveva accolto gran parte delle più recenti innovazioni in campo musicale, è lui a vincere la sfida, chiaro indizio di come l’opinione degli intellettuali fosse ancora restia ad accettare le novità e il superamento degli antichi nòmoi in favore di armonie più moderne.

Emblematico della reazione più conservatrice della società greca è inoltre un dialogo portato in scena da un altro comico, Ferecrate, in cui la Musica, personificata e presentata nelle vesti di una povera donna maltrattata, si lamenta con la Giustizia di tutti coloro che senza rispetto alcuno l’hanno modificata, manipolata, sfigurata e ridotta in condizioni pietose.

A fronte di ciò non dovrebbe stupire il fatto che solo la musica tradizionale dei nòmoi fosse stata per molto tempo l’unico oggetto di studio da parte dei giovani e che solo alcune melodie fossero ritenute adatte alla loro educazione… principalmente venivano privilegiati i nòmoi spartani (non a caso Sparta fu il centro musicale greco più importante del VII secolo!) perché si riteneva che il loro carattere solenne e deciso potesse contribuire a formare cittadini dalla spiccata integrità morale, in grado di comprendere la bellezza di ogni forma d’arte con semplicità, senza soffermarsi su aspetti troppo ricercati o frivoli né abbandonare la razionalità e volgersi imprudentemente verso le passioni e i turbamenti dell’animo che solo le nuove melodie sapevano provocare.

flautoPer le stesse ragioni tra gli strumenti musicali  il flauto era considerato meno nobile della lira e degli strumenti a corda in generale, poiché, essendo di provenienza asiatica e associato al culto di Dioniso e di Cibele, si pensava che il suo suono portasse a un perturbamento dell’animo altamente nocivo per l’uomo; la vicenda di  Marsia, il satiro che sfidò con il flauto Apollo e la sua cetra e subì una clamorosa sconfitta, è la trasposizione mitica di questa credenza…

cetraInoltre gli strumenti a corda permettevano l’esecuzione in contemporanea di poesie e relativo accompagnamento musicale a differenza, per ovvie ragioni, di quelli a fiato. E in virtù del sodalizio tra musica e poesia di cui abbiamo già accennato, questi strumenti occuparono sempre, anche quando la musica intraprese una strada diversa, una posizione privilegiata nel processo educativo dei giovani greci; anche se, è bene ricordarlo, il popolo greco antepose sempre, in ogni ambito, le conoscenze teoriche a quelle pratiche, ritenendo quest’ultime indegne di un uomo libero.

Per questo motivo in età ellenistica la pratica musicale diventò appannaggio esclusivo dei musicisti professionisti, i quali, anche a seguito delle sopracitate innovazioni che avevano reso la musica molto più complessa e avevano inciso profondamente sull’arte del teatro ad essa connessa, cominciarono a riunirsi, insieme agli attori, in particolari compagnie teatrali itineranti, i cosiddetti “artisti dionisiaci” che, grazie ai loro continui spostamenti, contribuirono in larga misura a diffondere il patrimonio artistico e musicale delle poleis nei territori della Magna Grecia, trasmettendolo conseguentemente al popolo romano… e a noi oggi.

Valentina Guerrera

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