Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Candidato a ben sette categorie negli Oscar, Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha messo d’accordo sia critici che pubblico: un sonoro 93% con tanto di certificato di “freschezza” da Rotten Tomatoes e 8/10 stelle su IMDb. Certo, questi voti non sono sempre un’assoluta certezza, ma indubbiamente il film ideato e diretto da Martin McDonagh non passerà inosservato da nessuno e soprattutto non finirà nel dimenticatoio.

Siamo a Ebbing, nel Missouri. Mildred Hayes (Frances McDormand) decide di affittare tre manifesti in disuso da anni collocati in una stradina solitaria poco fuori dalla città: l’intenzione è quella di scrivere frasi provocatorie per la polizia di Ebbing, che ha archiviato il caso di omicidio della figlia minorenne senza aver trovato un colpevole. L’attenzione ricade sul capo della polizia, lo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), beniamino di colleghi, sottoposti e cittadini. Mildred cerca così di iniziare una guerra mediatica con la polizia, ritrovandosi ben presto a dover affrontare l’intera comunità di Ebbing.
Il film procede con un ritmo abbastanza lento, ma sempre imprevedibile. La sceneggiatura (opera del regista stesso) sembra sempre andare a parare verso un qualche stereotipo del cinema drammatico per poi completamente ribaltarlo. I personaggi si evolvono davanti allo spettatore anche in modo drastico: è il caso del “personaggio secondario” dell’agente Dixon, interpretato da Sam Rockwell, presentato come lo scemo del villaggio; è anche il caso di Mildred, con cui ironicamente il pubblico fa molta fatica a empatizzare nonostante la perdita subita.

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Mildred (Frances McDormand) e lo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson) a confronto in una scena del film.

Non piacerà a chi si aspetta il solito filmetto strappalacrime: Tre manifesti a Ebbing, Missouri è condito di crudeltà, black humor e violenza, molta violenza; poiché è proprio contro di questa che i personaggi devono combattere. Così come nella realtà non ci possono essere sempre buoni e cattivi, anche in questo film la linea non è tracciata nettamente, né deve esserlo.
Il finale aperto –che arriva dopo una serie di dure delusioni per i protagonisti e di decisioni drastiche– lascia che lo spettatore tiri un sospiro di sollievo e dica “Finalmente!” con soddisfazione, per lo scioglimento della tensione e per la direzione che sembra suggerire l’ultimo scambio di battute tra l’agente Dixon e Mildred. Non saranno rabbia e violenza a prevalere, almeno stavolta.

Un favorito come Miglior Film dai critici, noi di The Password ci azzardiamo a pronosticare anche Miglior Attrice Protagonista per la granitica performance della McDormand (praticamente scontato che vinca, avendo già portato a casa il Golden Globe per lo stesso ruolo) e Miglior Sceneggiatura Originale.

Federica Messina

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