Pound, un guerriero contro l’usura

Ezra Pound (1885 – 1972) è stato, indubbiamente, uno dei più grandi poeti del secolo breve. Protagonista del Modernismo e frequentatore della Parigi bohémien di inizio Novecento, amico di Hemingway e del grande poeta inglese Thomas Stearns Eliot, che aiutò a rivedere The Waste Lande. A partire dagli anni trenta, inizio a sostenere il fascismo italiano e nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Dieci anni prima, nel 1933, venne ricevuto da Mussolini, al quale illustrò le sue proposte economiche. Dal 1940 condusse un programma radiofonico in inglese: Europe Calling, Ezra Pound Speaking, in cui difendeva il fascismo e accusava la finanza internazionale di aver provocato la guerra contro le Nazioni che si erano ribellate all’usura. “Una nazione che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai”, disse.

Pound iniziò ad interessarsi di questioni economiche e monetarie già negli anni del suo soggiorno londinese, dove maturò un orientamento anticapitalista e anticomunista. Si avvicinò al fascismo perché apprezzò la “terza via” autarchica, corporativa e socializzatrice. Ma quali erano le teorie economiche poundiane? Le espone lui stesso, in un saggio del 1933 “ABC dell’economia” e in seguito, in “Lavoro e usura”, nei quali critica duramente quella che lui chiama: “daneistrocazia” cioè, “potere dei prestatori di denaro”.

Il poeta americano aveva precocemente diagnosticato un male dei nostri tempi: l’indiscriminato potere delle banche centrali di creare denaro, e di quelle commerciarli di elargirlo. Nel creare qualcosa dal nulla e prestarlo, in questo artificio esoterico, Pound ravvisa l’usura. Per il poeta la modernità è segnata da un conflitto fra finanza e lavoro (economia reale diremmo oggi), il denaro non è una merce ma una convenzione sociale ed è inconcepibile che le banche possano creare denaro dal nulla attraverso semplici operazioni contabili. Ne consegue un capovolgimento nei rapporti di forza: il lavoro e di conseguenza l’economia – di cui il lavoro è base imprescindibile – risulta vincolato alle decisioni dei prestatori di denaro.

Pound propose di tassare non i cittadini produttori, sul cui lavoro si regge la prosperità della Nazione, ma il denaro stesso, ponendo ogni mese una marca da bollo pari ad un centesimo del valore nominale della banconota, al fine di ridurre le banche a meri intermediari e facendo riacquistare allo Stato la piena sovranità monetaria. Nella concezione di Pound, lo Stato è creatore della ricchezza e deve avere risorse illimitate in campo economico. Sarebbe inconcepibile infatti considerare lo Stato come debitore verso soggetti privati (banche commerciali), dato che la moneta è una convenzione sociale (come si è già detto), di cui esso stesso è proprietario. Insomma, la moneta deve nascere di proprietà dei cittadini e non delle banche.

Le idee di Pound sono complesse e radicali, discutibili quanto l’uomo che le ha pensate. Pound, fu un’artista che non abdicò davanti al mondo e tutti, economisti compresi, dovrebbero leggere questo poeta dal volto scavato.

Davide Cavaliere

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