Hunger Games è una distopia non lontana dalla realtà

Hunger Games è una saga curiosa: la scrittura di Suzanne Collins non è quel granché – lo stile ricorda un po’ quello di una fan fiction, peraltro nemmeno scritta benissimo – i film (specialmente il primo del 2012, diretto da Gary Ross) sono a tratti molto ben fatti, un po’ per la regia, un po’ per una notevole attenzione al dettaglio nei costumi e nelle ambientazioni, un po’ per la recitazione degli attori. L’idea di fondo, quella sulla quale è stata costruita la trama, è assolutamente ben pensata.

Hunger Games è uno Young Adult (un filone narrativo che si rivolge ad adolescenti, crea personaggi loro coetanei alle prese con una realtà difficile in cui possano immedesimarsi) ed è una distopia, ossia immagina un futuro aspro, difficile. E già questo dà da pensare: perché i romanzi YA ambientati in un futuro distopico sono così popolari tra gli adolescenti? Perché, per dire, non nasce un nuovo Harry Potter (che sì, tratta di un adolescente con grandi sfide da affrontare, ma è certamente meno “tragico” rispetto a un Divergent o a un Maze Runner)?

Forse perché riconosciamo nel nostro presente qualche tratto di futuro distopico. E allora, amanti della saga di Hunger Games, vi chiediamo: vi sentite più simili alla povera gente dei distretti o agli eccessivi abitanti di Capitol City? Lasciateci esporre i punti che abbiamo in comune con questi ultimi.

La disparità. Parte della popolazione mondiale ha tutto, e parte non ha niente. In mezzo ci sono scale di grigio, come sempre, ma la triste realtà è questa: 700 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua potabile (dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), in Africa ogni minuto un neonato muore per le infezioni provocate dalle cattive condizioni igieniche; noi se siamo stressati riempiamo la vasca di acqua e – dopo averci versato dentro il nostro bagnoschiuma preferito profumato – ci godiamo un bel bagno caldo di mezz’ora. Questo ovviamente è un esempio, potremmo parlare anche della famosa fame nel mondo e del fatto che ogni anno 1/3 della produzione alimentare venga buttata prima di arrivare al consumo (dato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura).

Il trash. Qui sotto una scena di Hunger Games: La ragazza di fuoco, in cui vengono presentati i tributi vincitori degli altri distretti.

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No, non è vero, è la concorrente finlandese dell’Eurovision Song Contest 2018! Per la verità un po’ di trash fa bene, aiuta e diverte. Ma quando il trash diventa uno stile di vita, un modo di pensare, quando i prodotti che circolano sono privi di contenuto, volutamente mediocri e superficiali… lì ci si sta inserendo in un mondo malato. È facile perdere il senso del bello e la prospettiva se sei circondato da immondizia, ed è facile perdere di vista cosa sia importante e cosa no.

Per rimanere sull’appena passato Eurovision, la canzone vincitrice è stata quella israeliana, sgargiante e colorata. Proprio in quei giorni si era riaccesa la fiamma della protesta palestinese (la causa scatenante è stata lo spostamento della rappresentanza diplomatica USA a Gerusalemme); grazie a questa vincita il prossimo anno l’Eurovision si terrà ad Israele, e siamo ottimisti che una buona dose di colori e musica pop copriranno rumori di lotta e spari, se si dovessero di nuovo verificare.

La mancanza di empatia. Diretta conseguenza del trash e del consumismo, c’è la mancanza di empatia nei confronti degli altri esseri umani. Nei riguardi delle disparità, la società occidentale opera uno dei seguenti escamotage per lavarsi la coscienza: o “è colpa dei poveri se sono poveri”, o “chi me lo fa fare di pensarci?”.

Un’altra possibile spiegazione della mancanza di empatia, però, potrebbe essere più sottile: nel XXI secolo i confini tra ciò che è reale e ciò che è immaginario si assottigliano, gli effetti speciali hanno compiuto straordinari passi avanti, grazie al cinema assistiamo quotidianamente emozionati a scene di battaglia o di devastazione. Sì, sappiamo la differenza tra un film di fantasia e un documentario sulla guerra in Siria! … Però sono entrambi così distanti dalla nostra tranquilla quotidianità, ed entrambi ci pervengono attraverso il medesimo “specchio magico”: la tv , il pc , lo smartphone.

Le voci fuori dal coro. Fortunatamente, l’Occidente non è sotto una dittatura che taglia la lingua ai dissidenti, né manda ragazzini ad ammazzarsi l’un l’altro in spettacolari arene! Il futuro distopico della Collins è ancora distante, perché sono molti a denunciare cressida_natalie_dormer_hunger_gamesgli eccessi e le ingiustizie del nostro mondo. Da giovani che non si perdono una manifestazione nelle strade delle città, ad accademici, ad attivisti/volontari che cercano di rendere il nostro mondo un posto più equo. Secondo noi, il trucco per non imboccare un presente distopico è semplicemente non perdere mai la visione e la voce critica.

Silvia Gemme

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Rieccomi! Sul genere distopico è molto bello anche Seven Sisters: l’hai visto?

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    1. Silvia Gemme ha detto:

      Ciao 🙂 Non l’ho visto ma ne ho sentito parlare

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