L’EU e la questione dell’aborto

Il dibattito pubblico europeo sta dando spazio da qualche tempo a un tema per certi versi molto controverso: quello dell’aborto. Il problema principale, soprattutto in molti Stati dove la religione cattolica è più sentita, resta nella dicotomia di pensiero tra chi è pro e chi è contro l’aborto. Questi ultimi vedono nell’atto stesso un errore, cioè quello di togliere la vita ad un essere umano (o a un potenziale tale) che va contro un loro precetto esistenziale. Il problema però, è che vogliono imporre la loro scelta ad altre persone, che quando si dicono pro-aborto si stanno dichiarando per la libera scelta sulla propria vita e sul proprio corpo. Nella maggior parte degli Stati facenti parte dell’Unione Europea, tra cui l’Italia grazie alla legge n. 194, l’aborto è garantito liberamente, in modo che le donne possano godere dei trattamenti medici necessari per eseguire la procedura in totale sicurezza.
Tutto molto bello, ma c’è un ma. Quel ma sono i medici obiettori di coscienza, che in un paese come l’Italia si aggirano attorno al 75% del totale, una cifra esorbitante, tra le più alte al mondo. Questo significa che, nonostante sia permesso e legittimato dalla costituzione, l’aborto potrebbe rivelarsi difficilissimo da effettuarsi in ospedale, oltre al fatto che in molti casi si registrano veri e propri maltrattamenti da parte di medici e infermieri, che trattano le pazienti come delle delinquenti. Questo, insieme al recente innalzamento di prezzo della pillola anticoncezionale “a costo zero”, purtroppo non fa che portare molte donne, specie tra le fasce più povere, a praticare dei pericolosissimi aborti casalinghi, che possono essere letali.
In questo quadro, non si può che non chiedersi come e quando si sia arrivati alla conclusione che la vita di un feto sia più importante di quella di una donna, e perché.
In Polonia ad esempio il messaggio è arrivato, forte e chiaro il governo nazional-populista ha tutte le intenzioni di riportare la famiglia tradizionale in auge, lasciando le donne a casa, e, rifiutando loro l’aborto, costringendole alla procreazione e alla cura dei figli. Qui infatti l’interruzione di gravidanza è possibile solo in tre casi: nel caso di subito stupro (comprovato), nel caso in cui la vita della madre sia in pericolo a causa della gravidanza, e nel caso in cui il feto sia gravemente malato. Quest’ultimo potrebbe presto diventare illegale, a causa delle forti spinte della chiesa cattolica sul paese, che difende l’idea di proteggere la vita, peccato che molti medici e ginecologi hanno dichiarato che in questo caso i bambini avrebbero solo il 10% di possibilità di vivere oltre i due anni.

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La “Czarny Piątek” a Varsavia nel 2018.

Tantissime donne e uomini polacchi sono scesi in piazza più e più volte dal 2016 a adesso, ma la decisione sembra solo essere rimandata.
Questo movimento anti-abortista si colloca in una crisi più ampia di valori a livello europeo, ma anche per questo rischia di essere presa sotto gamba. In un momento storico in cui l’Italia chiude i porti a migranti disperati, chi pensa ancora ai cartelloni che comparavano l’aborto al femminicidio?

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Per i movimenti per l’aborto c’è però una buona notizia: il 25 maggio di quest’anno un referendum in Irlanda ha decretato l’interruzione di gravidanza legale nel paese, dando un segnale positivo al resto d’Europa.

Anna Contesso

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