Atari insegna a sotterrare i nostri problemi

Produrre musica o film o videogiochi è sempre una scommessa per chi finanzia il progetto: il prodotto finale può essere un successo immenso di pubblico e critica, come può rappresentare un flop di dimensioni pantagrueliche. E solitamente è molto divertente, in quanto osservatori esterni e distaccati, vedere come le aziende reagiscono al fallimento. Alcuni possono cavalcare l’onda dell’insuccesso e del trash per volgere le recensioni impietose a proprio vantaggio (Sharknado è un esempio), mentre altri possono invece provare a sotterrare le prove del proprio insuccesso. Letteralmente.

A cavallo tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80, la Atari controllava l’80% del mercato videoludico:  un colosso capace di produrre profitti per due miliardi di dollari l’anno, contribuendo da sola a metà del fatturato della Warner Communications.
In quel periodo alla Atari però avevano preso il brutto vizio di strafare: nonostante nel 1981 le console Atari 2600 fossero circa dieci milioni, per il remake di Pac-Man si decise di produrre dodici milioni di cartucce, sicuri del fatto che chiunque avrebbe fatto follie per comprare una Atari 2600 e una copia del gioco. Ebbene, qualcosa andò storto: dopo pochi mesi dal lancio l’Atari si trovò con cinque milioni di cartucce invendute, magazzini pieni di Pac-Man e fatturato molto ridimensionato.
Forti di questo fallimento, all’Atari decisero di puntare forte sulla trasposizione videoludica di un film che stava macinando grandissimi numeri al botteghino, diventando un cult della storia del cinema. In accordo con Steven Spielberg e la Amblin Entertainment, la Atari produsse ET, l’extraterrestre. Pur essendo uscito in occasione delle festività natalizie del 1982, ET non vendette neanche il 20% delle cartucce, perché aveva un enorme difetto: era, semplicemente, il videogioco più brutto mai pensato, prodotto e realizzato. E così per la seconda volta in due anni, la Atari si trovò vessata da richieste di resi, magazzini pieni, cartucce invendute, dignità sfumata, ecc.

Alamogordo è una cittadina in mezzo al deserto di Chihuahua, nel New Mexico: poche case sparse in un paesaggio quasi marziano, un’alta torre idrica al centro del villaggio, dozzine di pickup e meno di 24mila anime. Il posto perfetto per isolarsi dal mondo.
È l’inizio di settembre del 1983 quando sull’Alamogordo Daily News compare la notizia che, nel mese precedente, decine di autocarri erano arrivati nottetempo alla discarica della cittadina e avevano svuotato i rimorchi lontani da occhi indiscreti. Nell’articolo si ipotizzava il fatto che fossero cartucce, scatole e console provenienti dai magazzini della Atari a ElPaso, Texas. Nei giorni successivi un susseguirsi di articoli, smentite, illazioni, voci e indiscrezioni riempirono le pagine di alcuni tra i più importanti giornali degli Stati Uniti. Per fugare ogni dubbio, un paio di settimane dopo, la fossa incriminata venne coperta da uno spesso strato di calcestruzzo, la notizia si raffreddò e in breve nessuno ne parlò più.

La storia, troppo surreale per sembrare vera ma comunque stuzzicante per l’immaginario collettivo, assunse in breve i contorni della leggenda metropolitana. Tale rimase fino al 2014, quando una troupe, che stava filmando un documentario sulla storia dei videogiochi per conto di Microsoft, si mise a scavare in quella discarica di Alamogordo, in New Mexico. E lì, sotto diversi metri di calcestruzzo, ecco spuntare ET l’extraterrestre. E Pac-Man, Star Raiders, Asteroids. Migliaia di cartucce, per la precisione 796.000, sepolte dalla Atari nella notte di un settembre, come un killer che nasconde il corpo della vittima.

Questa nostra storia ha un finale positivo però: nonostante la Atari sia stata smembrata nel 1983 a seguito di queste scellerate scelte di mercato, e nonostante ET sia universalmente conosciuto come uno dei peggiori flop di sempre, ci hanno regalato una delle pagine più curiose e divertenti della storia del videogioco. E in quanto pezzi di storia, alcune copie ancora in buone condizioni sono state donate alla città di Alamogordo, altre vendute su eBay e altre ancora sparse in giro per il mondo tra tutti i vari musei sulla storia del videogioco.

Luca Negro

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