Aikido: l’arte marziale dell’unione

“Massì, Aikido… quelli con il bastone e il kimono strano con la gonna nera!”

[Cit. qualcuno a caso]

Questa potrebbe essere tranquillamente una delle frasi tipo per identificare tra i non-addetti di quale arte marziale si stia parlando, essendo l’Aikido un pochino meno conosciuto rispetto a Judo, Karate o Kung fu.

Inutile dire che la definizione sovrastante, oltre a far indubbiamente sorridere, non è sufficiente a identificare la pratica in questione.

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Morihei Ueshiba: fondatore dell’Aikido

L’Aikido nasce in Giappone dalla mente di Morihei Ueshiba, nei primi decenni del 900 e comincia ad affermarsi a macchia d’olio nel resto del mondo solo dopo la seconda guerra mondiale.

Il nome stesso della disciplina esplica i suoi valori: i 3 kanji che lo formano significano rispettivamente unione, forza vitale e percorso. Aikido significa quindi “Disciplina che conduce all’unione ed all’armonia con l’energia vitale e lo spirito dell’Universo”.

In questo senso, la perfezione dell’esecuzione è direttamente proporzionale al raggiungimento della totale coordinazione fra la mente che comanda l’azione e il corpo che la esegue, senza l’interferenza del pensiero cosciente. Mente e corpo, ai livelli più alti della pratica, vengono coordinati dall’azione dell’energia cosmica che nelle filosofie tradizionali orientali permea l’universo e ogni essere vivente, e che può essere attivata mediante appropriati esercizi di respirazione addominale eseguiti con costanza.

A livello pratico, l’Aikido si distingue da altre arti marziali innanzi tutto per i movimenti circolari, a un occhio inesperto simili a una danza, che servono a stabilizzare il proprio baricentro, decentrando quello dell’avversario attirandolo nella propria orbita, e sfruttando quindi a proprio vantaggio l’energia prodotta dall’azione aggressiva fino a neutralizzarla.

L’Aikido si avvale sia del combattimento a mani nude, prevedendo attacchi di vario genere, tra cui pugni e prese in più punti del corpo, sia di quello armato, ovvero utilizzando il pugnale, la spada e il bastone. In ogni caso, lo scopo delle tecniche è il medesimo a prescindere dall’uso o meno delle armi: vertere a proprio vantaggio i movimenti di attacco dell’avversario attraverso movimenti fluidi e circolari.

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In foto: Maestro 6° Dan Shihan Piero Villaverde e Riccardo Fortina

La gonna nera citata all’inizio articolo, invece, altro non è che l’hakama, ovvero una gonna-pantalone di colore scuro (solitamente nera o blu) da apporre sul kimono tradizionale (che propriamente si chiamerebbe keikogi) che viene indossata solo quando viene conferita la cintura nera, e che quindi simboleggia i gradi più alti. Per il conferimento dei gradi vi sono degli esami da superare, ma a differenza di altre arti marziali, non esistono le cinture colorate, per cui si resta simbolicamente con la cintura bianca fino al conferimento della nera.

La pratica dell’Aikido permette quindi di sviluppare umiltà, disciplina, attenzione, coordinazione e unione con il prossimo (l’Aikido infatti non è competitivo: non esistono gare). Ueshiba, il fondatore, sosteneva che “Lo scopo dell’Aikido è di allenare la mente e il corpo, di formare persone oneste e sincere.”

Veronica Repetti

 

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. emcquadro ha detto:

    Arte meravigliosa, massima forma e fonte di equilibrio.

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    1. Veronica Repetti ha detto:

      Assolutamente d’accordo!

      "Mi piace"

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