“Il cielo sopra Berlino”: quando il cinema incontra la poesia

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?”

Peter Handke, Elogio dell’infanzia

Quando cinema e poesia si incontrano non può non nascere un autentico capolavoro. Un celebre esempio della fusione di queste due arti così diverse eppure così sorprendentemente compatibili è uno dei manifesti del realismo poetico “Alba tragica”, un film del 1939 diretto da Marcel Carné e scritto dal poeta e sceneggiatore Jacques Prévert. Quasi cinquant’anni dopo il brillante regista tedesco Wim Wenders riprende lo stile tipico del cinema francese degli anni quaranta, riproponendolo in chiave contemporanea nel suo “Il cielo sopra Berlino”, ambientando però il suo film nella Berlino che precede la caduta del muro. Questa magistrale fusione tra poesia e tecnica cinematografica è in parte dovuta alle poesie di Rainer Maria Rilke che si diffondono attraverso l’omerica voce narrante, ma anche all’interno dei dialoghi di Peter Handke, eterei ed introspettivi. La parola, che viene in questo modo celebrata nella sua forma più pura e incontaminata, anche grazie alle musiche stranianti dei Nick Cave & The Bad Seeds, è accompagnata da una regia eccelsa, dove il direttore alla fotografia Henri Alekan (che lavorò anche insieme al sopracitato regista Marcel Carné) fonde tradizione ed innovazione: per le scene girate dal punto di vista degli angeli viene utilizzato il bianco e nero, a causa della loro capacità di vedere l’essenzialità della vita, mentre il punto di vista degli umani è totalmente a colori. La Berlino ancora ferita e devastata che immagina il regista, infatti, è popolata da angeli che sono in grado di comprendere lo stato d’animo di ogni mortale, di leggere i loro pensieri e di prevedere le loro azioni, il loro compito è stare accanto agli esseri umani, ascoltarli e cercare di alleviare i loro dolori. Queste creature celestiali, però, possono essere viste soltanto dai bambini, che nel film rappresentano la purezza e l’innocenza più assoluta, forse anche più degli angeli stessi, per questo la tematica dell’infanzia viene ripresa più volte nel corso del film, anche attraverso la meravigliosa poesia di Peter Handke, “Elogio dell’infanzia”. Ma spesso succede che questi esseri ultraterreni  trascorrano la loro vita sulla terra bramando un’esistenza mortale, non conoscendo i colori, i sapori e le sensazioni fisiche, e siano tormentanti in qualche modo dalla stessa solitudine che traspare dai pensieri degli uomini. d772a3af822b42ef64904fa8fe4b76e8Questo desiderio puramente carnale tocca anche l’angelo Damiel, che osservando l’incantevole trapezista Marion, personaggio complesso e tormentato, se ne innamora e per questo decide di diventare umano. Ma la trama del film è soltanto un pretesto per poter raccontare una storia molto più profonda e di carattere universale, dagli orrori della seconda guerra mondiale, alla barriera umana che il muro di Berlino ha creato, invadendo la città di una malinconia e di una decadenza tangibili, fino alla celebrazione del passato (grazie anche a continui riferimenti al cinema di altri tempi, come quello di Charlie Chaplin).

Ciò che più rimane impresso di questo film-poesia è la vulnerabilità dell’uomo, la sua debolezza quasi ingenua di fronte alle sofferenze della vita, il suo attaccamento ai beni materiali e la completa incapacità di comprendere i propri sentimenti, che come l’acrobata Marion, rimangono sospesi in un equilibrio precario, tra l’universo del reale e quello puramente empirico.

Eleonora Grossi

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