Disincanto: una serie in ritardo?

Agosto 2018 ha visto debuttare su Netflix la prima stagione della nuovissima serie animata di Matt Groening, il leggendario creatore de I Simpson e Futurama. Molti fan avevano quindi grandi aspettative per la nuova serie, chiamata Disincanto, e sono in seguito rimasti delusi da quello che hanno visto.

Disincanto è l’ennesima opera che prova a ribaltare i ruoli delle fiabe classiche, un filone lanciato dalla Dreamwoks con Shrek uscito nell’ormai lontano 2001. Ambientato in una specie di atmosfera fantasy medievale, Disincanto ha per protagonista la principessa Bean (che si traduce con “fagiolo” in italiano) di Dreamland, un’adolescente dallo spirito libero che affoga i suoi dispiaceri nell’alcol e nelle risse. Ad accompagnarla nelle sue avventure ci sono il demone Luci, donatole da una misteriosa setta per portarla sulla cattiva strada, e l’amico Elfo, un gentile elfo – per l’appunto – che cerca di aiutare Bean in ogni modo.

Lo stile di animazione è molto simile a Futurama, così come la comicità (più adatta agli adulti che ai bambini).
Il motivo per cui Disincanto non ha fatto il successo sperato è semplicemente perché non ha nulla da offrire… almeno per ora. Il setting già di per sé non è originale: come è già stato scritto prima, il filone della modernizzazione e lo sconvolgimento delle fiabe era popolare quasi vent’anni fa. Disincanto risulta, infatti, una serie in ritardo rispetto ai tempi.

Certamente è difficile trovare nuova ispirazione dopo aver passati decenni a lavorare sulle stesse serie animate, e non sempre si riesce a discostarsi dai personaggi su cui si ha speso così tanto tempo. Questo è, difatti, un altro problema di Disincanto: siccome l’idea di per sé offre cose già viste, sarebbe stato giusto puntare sulla personalità dei personaggi; ma in questo caso Matt Groening non si è praticamente allontanato dal suo archetipo di protagonista: l’ubriacone buono di cuore ma che compie azioni al limite della legalità, perennemente in bilico tra moralità e dissolutezza. Queste sono cose già viste sia ne I Simpson col personaggio di Homer (e con numerosi personaggi secondari) che in Futurama, con Bender e Fry, poco importa se in Disincanto è una donna invece che un uomo.
La continuità e una trama ben definita sono invece elementi nuovi rispetto alle altre serie di Groening, ma dieci episodi (di cui solo gli ultimi due prendono finalmente una svolta) non bastano per giudicare l’opera a sé, né bastano per empatizzare – per quanto sia possibile – coi personaggi. Soprattutto (attenzione al mezzo spoiler) uccidere uno dei principali prima ancora di potersene affezionare non è stata una grandissima idea, ma non possiamo fare altro che attendere la seconda stagione e vedere se Disincanto riuscirà a fornire qualche ventata di freschezza alla secchezza creativa di Matt Groening.

Federica Messina

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