Iran: fra dittatura e letteratura

Teheran 1995. Il regime islamista di Khomeini ha in mano il potere e sembra invincibile, le macerie materiali e morali della guerra Iran-Iraq sono ancora ben visibili e le vie e le università sono teatro di violenze tremende.

In questo scenario da film post-apocalittico, la docente universitaria Azar Nafisi decide di cimentarsi in un’avventura ardua e pericolosa, cioè spiegare alle sue studentesse esposte perennemente alla sola catechesi islamica una delle più minacciose incarnazioni dell’Occidente: la sua letteratura. Il risultato è una serie di seminari domestici, amabili, spesso terribili fra la professoressa e le sue alunne, sullo sfondo di una Teheran totalitaria e pesante come un burqa. Ogni incontro è una riflessione non tanto sulla letteratura, quanto sulla vita nella Repubblica islamica dell’Iran e per raccontarla non scelgono le distopie di Orwell, Huxley, Zamjatin o Ayn Rand; bensì le opere di Nabokov, Fitzgerald, James e Austen. Scrive l’autrice all’inizio del romanzo: «credo che se dovessi disobbedire ai miei stessi ammonimenti e indicare il romanzo che meglio di ogni altro riflette la nostra vita nella Repubblica islamica dell’Iran, non sceglierei gli Anni fulgenti di Miss Brodie, e nemmeno 1984; semmai Invito a una decapitazione di Nabokov oppure, meglio ancora, Lolita».

Nei ricordi delle seminariste, di “decapitazioni” o meglio, di esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, persone che scompaiono ve ne sono numerose e la Nafisi illustra alla perfezione il furore orgiastico della rivoluzione, la mobilitazione permanente e il rapporto sadomasochistico esistente tra la folla e gli “uomini forti”. Esemplari in questo senso le parole di Bahri, uno dei suoi studenti all’università: «devono pagare, tutti devono pagare per i loro crimini passati. Questo non è un gioco. È una rivoluzione». Sono queste frasi a far comprendere al lettore la scelta del romanzo Lolita, a cui sono dedicate le pagine più intense. La ragazzina prigioniera di uomo più vecchio di lei e costretta ad essere la sua amante.

«Vivere nella Repubblica islamica – scrive Azar Nafisi – è come fare sesso con una persona che disprezzate». Leggere Lolita a Teheran può essere letto come un trattato di psicopatologia collettiva, i casi non mancano: ayatollah fanatici, fratelli maggiori aggressivi e paurosamente gelosi, famiglie omertose, rivoluzionari assetati di sangue…

Questo libro ci aiuta a comprendere le molle che fanno scattare la patologia della repressione e del sadismo, gestiti dallo stato, che degradano le donne e gli uomini liberi. Uno spaccato su un regime che oggi, nelle sedi internazionali, scalpita per proseguire il suo programma nucleare. Un regime che in una piazza di Teheran ha collocato un orologio che conta i giorni che mancano alla distruzione di Israele. Una lettura importante, paragonabile alle opere dei dissidenti sovietici del passato, un “tamizdat” (termine con cui si indicavano, nel blocco comunista, le opere clandestine) persiano che ci fa capire, se letto con un occhio rivolto al presente, che dalla libertà degli altri dipende la sicurezza internazionale.

Davide Cavaliere

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