Il genere fantastico nel 1800

“ Nataniele rimase impietrito… aveva visto troppo bene che il volto di cera di Olimpia, pallido come la morte, non aveva occhi: al loro posto caverne buie. Era una bambola senza vita”.

Tratto dal “l’uomo della sabbia” di Hoffman (1815), il racconto è considerato capitale del genere fantastico.

Hoffman è infatti riconosciuto come l’iniziatore del genere, e la successiva narrativa fantastica europea del 1800 si rifà proprio a lui.

Fu Todorov, alla fine degli anni 60’, a lanciare all’attenzione degli studiosi questa zona letteraria poco studiata, ma estremamente affascinante. Sulla sua scia si sviluppò in quegli anni un gran fervore di ricerche, recuperando una vera e propria tradizione letteraria che fornì all’immaginario del 1800 la possibilità di rappresentare i suoi principali momenti di turbamento ed alienazione.

Partendo proprio dal racconto di Hoffman, Ernst Jentsch definì il concetto fondamentale di Unheimliche, ovvero qualcosa che non è familiare e che genera quindi una reazione perturbante.

In quegli anni, segnati dal progresso scientifico e dall’industrializzazione, questo sentimento- sempre secondo Jentsch- poteva scaturire dal dubbio che un oggetto inanimato fosse invece animato, o al contrario dall’incertezza sull’animazione di qualcosa di apparentemente vivo, e infine dalla possibilità che questi- oltre ad assomigliare ad un umano- avessero anche caratteristiche simili ad esso (come l’Olimpia di Hoffman).

Lo stesso racconto venne interpretato da Freud in modo del tutto diverso.

Egli definisce l’unheimliche come un qualcosa che dovrebbe rimanere nascosto e che invece viene alla luce; in poche parole il ritorno del rimosso, che genera un effetto di incertezza nel lettore.

Fu però nel 1970, con “la letteratura fantastica” di Todorov, che si arrivò ad un punto di partenza effettivo per l’approssimazione del genere.

Egli individua come caratteristica necessaria del fantastico l’esitazione: ciò che ho letto è realmente accaduto? È un’illusione?

In questa prospettiva il fantastico occupa il lasso di tempo di questa sensazione.

Non appena però si opta per l’una o l’altra ipotesi non si tratterebbe più di fantastico, ma dello strano (un racconto paradossale che infine trova una spiegazione logica) o del meraviglioso (e cioè i racconti in cui fin dall’inizio ci si muove in un mondo diverso dal nostro, accettato come tale dal lettore).

Il fantastico sarebbe quindi il momento in cui né Il protagonista né il lettore sono in grado di scegliere fra le due ipotesi.

Secondo un filone di studiosi il genere fantastico, nato nel 1800 come testimonianza dei cambiamenti sociali che stavano avvenendo- e delle percezioni di questi nell’immaginario comune- non sopravvisse al 1900.

Infatti nel XIX secolo il genere ha un forte carattere trasgressivo, portando alla luce – attraverso la mediazione del sogno o dell’incubo- temi che erano soggetti a censura.

Nel XX secolo invece la psicoanalisi fa propri molti di quei temi (come le psicosi e le nevrosi) e li legittima. È in questo momento che il fantastico cesserebbe d’esistere: perché cessa di esistere l’attrito fra l’evento non spiegabile e l’ordine naturale delle cose.

Si sarebbe, secondo questo approccio, trattato dunque di un fenomeno letterario con caratteristiche estremamente definite e precise che in quel secolo- se non negava la realtà- la metteva almeno in crisi, rispecchiano sensazioni e timori comuni.

Valentina Villani

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