Maison Ikkoku: un anime per studenti universitari

Siete appassionati di anime e di Giappone, e siete anche studenti universitari? Con quasi quarant’anni di ritardo The Password vi consiglia Maison Ikkoku, andato in onda in Italia con il titolo di Cara dolce Kyoko. L’anime è tratto dal manga seinen di Rumiko Takahashi (autrice che si è meritata l’appellativo di “regina dei manga” grazie alle sue opere di successo, Lamù, Ranma ½, Inuyasha), uscito nel 1980.

La storia narra di Godai, un “ronin” (termine che nel Giappone moderno indica lo studente che non ha passato gli esami di ammissione all’Università e quindi perde un anno) impegnato a perseguire i propri obiettivi in un contesto assai difficoltoso. “Studente fuori sede” a Tokyo (noi lo chiameremmo così), Godai vive nella Maison Ikkoku, un piccolo condominio i cui abitanti hanno una camera personale, provvista di un piccolo cucinino, e condividono gli altri spazi. Ma gli abitanti della Maison Ikkoku sono tutto fuorché persone facili con cui convivere per Godai: la signora Ichinose è una donnona rumorosa, amante della birra e delle chiacchiere, con un figlioletto dispettoso al seguito, Akemi ama girare mezza nuda, e Yotsuya è completamente inaffidabile e fuori di testa. Godai sta per andarsene e cercare una sistemazione più tranquilla, quando arriva alla Maison Ikkoku la nuova amministratrice del condominio, Kyoko, e per Godai è amore a prima vista. C’è un problema però: Kyoko ha spazio nei suoi pensieri solo per Soichiro, il suo defunto marito, morto dopo appena un anno di matrimonio.

Maison Ikkoku è una storia di formazione, sia per quanto riguarda Godai – di cui seguiamo la vita per tutto il periodo dell’Università e per quello successivo della ricerca di un lavoro – sia per quanto riguarda Kyoko – inizialmente persa nella propria confusione emotiva e decisa a comportarsi da buona vedova per il resto dei suoi giorni – che insegna a non arrendersi, a rimboccarsi le maniche e a puntare a farcela, non lasciandosi demoralizzare né dai fallimenti né dalla solitudine. Mescola scene comiche e situazioni assurde, generate da fraintendimenti, a sentimenti positivi e sinceri.

Maison Ikkoku è anche un bell’affresco del Giappone degli anni ’80, ne mostra alcuni aspetti che possiamo non comprendere o non condividere, e altri che fanno riflettere che, dopotutto, tutto il mondo è paese. Ma la Takahashi non rinuncia del tutto a un pizzico di folklore, così tipico degli altri suoi lavori: il mistero è rappresentato da Yotsuya, un personaggio davvero difficile da descrivere e che in alcuni momenti sembra quasi stonare con la normalità della storia. Non si capisce che lavoro faccia, parla con gatti e lucertole, abita in uno stanzino spoglio (che ammobilia le rare volte in cui vi entra qualcuno) e ci sono foto di un secolo prima che lo ritraggono identico.

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Yotsuya durante l’alleanza Giappone-Germania

Sebbene il ritmo della narrazione sia molto lento rispetto agli standard a cui siamo abituati oggi (la vera azione inizia a snodarsi dall’episodio 50), e sebbene a volte il doppiaggio vi farà venire voglia di strapparvi le orecchie, consigliamo Maison Ikkoku per la sua piacevole leggerezza, e perché tutti – almeno qualche volta nella vita – ci siamo sentiti come Godai: annaspanti tra esami universitari, soldi contati, una vita sentimentale che non ingrana e una buona dose di sfortuna.

Silvia Gemme

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