Internet e la libertà sono in pericolo: il web insorge contro l’art. 13

A settembre, il Parlamento dell’Unione europea ha approvato una controversissima direttiva sul copyright (con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni).  

L’Istituzione si è posta come obiettivo quello di svecchiare la precedente normativa sul diritto d’autore, in particolare in rapporto al mondo del web e di internet, sulla scia dell’ondata di modernità data dalle continue innovazioni della tecnologia. Dare luogo a questo progetto a livello sovranazionale, ciliegina sulla torta, permetterebbe di rendere uniforme, almeno per principi fondamentali, il trattamento dei dati sul web su un territorio molto grande come quello dell’UE.

Nonostante tutti i buoni auspici, però, la direttiva si è rivelata, secondo la maggior parte degli internet addicted, un evidente passo indietro. I punti controversi della disciplina dell’UE sono individuati in particolare in due disposizioni.

L’Articolo 11 che tocca il tema della “link tax“: esso infatti impone un aggravio fiscale alle piattaforme internet (come Google News) che utilizzino un frammento, un collegamento, un qualsiasi elemento appartenente ad altra fonte sul web e lo riportino, ad esempio, su un proprio articolo.
Questo potrebbe voler dire che anche solo il “copia-incolla” di un titolo, nonostante il collegamento alla fonte, potrebbe essere sanzionato. Una perdita totale di tutto l’arricchimento che la rapidità del multitasking degli odierni strumenti tecnologici offre. Se Google News appartiene ad un grande colosso, che potrebbe quindi acquisire tutte le licenze necessarie, non si può fare però lo stesso discorso per piattaforme senza scopo lucrativo. Che fine farebbe Wikipedia, per esempio?

Ma è soprattutto l’Articolo 13 il vero punto cruciale delle contestazioni, il quale prevede che le piattaforme contenenti un’ampia mole di contenuti caricati da utenti privati debbano “implementare strumenti adeguati per bloccare il caricamento di materiale protetto da copyright”. Basti pensare a piattaforme di sharing con cui ci approcciamo quotidianamente, piene di questi contenuti “a rischio”: YouTube e Facebook, per esempio. Esentata, almeno da questi limiti, sarà Wikipedia (vittoriosa dopo lunghe proteste che hanno oscurato per giorni i suoi contenuti quest’estate). 

In particolare, per quanto ci riguarda da più vicino, la Federazione Italiana Editori Giornali, ha fatto presente che “verrà sempre garantita la possibilità per gli utenti della Rete di essere attori partecipi dei social network, produrre blog, condividere opinioni, foto e link”. Quindi la libertà di espressione/stampa, costituzionalmente riconosciuta e fortemente garantita, continuerà ad essere un caposaldo. 

Nonostante queste rassicurazioni, l’Italia sembra proprio un Paese in prima linea: non a caso, infatti, l’attuale presidente del Parlamento europeo è proprio l’italiano Antonio Tajani, che ha enfatizzato particolarmente i risultati ottenuti a settembre: “La direttiva sul diritto d’autore è una vittoria per tutti i cittadini. Oggi il Parlamento europeo ha scelto di difendere la cultura e la creatività europea e italiana, mettendo fine al far-west digitale”. 

Di avviso diverso sono invece molti esperti di diritto e attivisti per i diritti umani: definiscono l’articolo 13 come “un pericolo per il futuro di questo network globale. L’articolo 13 fa un passo senza precedenti verso la trasformazione di Internet da una piattaforma aperta alla condivisione e all’innovazione in uno strumento per la sorveglianza automatica e il controllo dei suoi utenti”, hanno scritto. Hanno evidenziato anche i costi gravosi cui espone necessariamente la normativa le start-up giovani e intraprendenti. Infatti, un filtro di questo genere può costare solo milioni: Content ID di YouTube ne è costato 60. In una lettera aperta, firmata da 57 associazioni e ONG di vari Paesi europei che si occupano di diritti umani e libertà del web, si legge: “Queste condizioni violano la libertà d’espressione, la libertà d’informazione e le leggi sulla privacy”.

Prima ha impazzato su Twitter, ora è diventato proprio lo slogan del sito icona delle proteste e delle attività organizzate contro questa normativa: #SaveYourInternet. Perché è proprio un’operazione di salvataggio da un pericolo estremo quella che stanno cercando di attuare gli artisti, di ogni genere, del web: il pericolo della fine dell’epoca più libera della storia umana, con tutti i suoi pro e contro.

Non resta che aspettare: i negoziati con il Consiglio e la Commissione si concluderanno a gennaio 2019, poi la versione definitiva della normativa sarà recepita dagli Stati membri. Attendiamo quindi l’avvento di uno “ius virtuale” che potrebbe rivoluzionare, più di quanto ci si possa aspettare, la nostra vita. 

Francesca Ranieri

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Nessuno ha detto:

    Secondo me ci sono troppi cambiamenti in troppo poco tempo. Non si capisce più niente.

    Mi piace

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