“Giorgio Moroder presents Metropolis”

Cosa succede se un produttore discografico, pilastro della musica elettronica degli anni ’80, decide di mettere le mani sul capolavoro del regista tedesco Fritz Lang, Metropolis, un film del 1927? Questo peculiare intervento di restauro è al centro di numerose controversie: da una parte la critica cinematografica moderna ha chiaramente espresso il suo dissenso a riguardo, ma a manovrare i fili di questa singolare versione c’è la mente brillante e trasgressiva di Giorgio Moroder, che può rivelarsi la chiave di lettura di un’intera generazione. 

Per prima cosa è bene ricordare che negli anni Ottanta è avvenuto un considerevole riavvicinamento al cinema muto, basti pensare all’iconico videoclip di Radio Ga Ga dei Queen, che infatti presenta riferimenti e spezzoni del sopracitato film di Fritz Lang. Questo rinnovato interesse per i film d’epoca è dovuto anche al fatto che nel panorama cinematografico di quel tempo non era sempre possibile restaurare le versioni complete dei film girati con pellicole in nitrato, molte delle quali sono andate perdute, nel caso specifico di Metropolis la difficoltà nel risalire alla versione integrale era dovuta anche ai numerosi tagli che questo film subì nel corso del tempo.

L’aspetto più interessante che mette in discussione il giudizio negativo dei critici è quello puramente sociale: Moroder ha prepotentemente imposto alle nuove generazioni che lo seguivano una sorta di “videoclip” da 83 minuti di un film tedesco del 1927, accompagnando alle scene originali canzoni contemporanee, tra cui Love Kills di Freddie Mercury, Here She Comes di Bonnie Tyler e Cage of Freedom di Jon Anderson (cantante degli Yes). Ma non solo, si è anche preoccupato di ricolorare e doppiare alcune scene, attuando uno dei restauri più atipici e chiacchierati della storia. Per quanto questi elementi possano apparire incompatibili e caotici il musicista conosceva bene il suo pubblico, infatti nella sua lunga carriera può vantare collaborazioni con David Bowie, Donna Summer e i Daft Punk tra gli anni ’70 e ’90, fino ad arrivare ai giorni nostri lavorando insieme ad artisti come Lady Gaga e Sia. È ricordato anche per le sue indimenticabili colonne sonore di film come Flashdance, Scarface e La Storia Infinita, aggiudicandosi anche tre premi Oscar come miglior canzone.

Il grande paradosso degli anni ’80 si può facilmente individuare nella natura stessa della “versione Moroder”, in cui il “neo-regista” tenta di presentare al suo pubblico un film più omogeneo attraverso l’operazione di restauro delle scene, ma in cui l’aspetto visivo è subordinato a quello uditivo: difatti è la musica la vera protagonista di questo film e per quanto possa sembrare straniante associare a immagini così retrò suoni tanto moderni si può intravedere un nesso logico, anche solo grazie ai testi che spesso rendono più esplicito il carattere di una scena. La conferma della validità della sua operazione ce la fornisce Fritz Lang stesso, quando sessant’anni prima dichiarò: “To begin with I should say that I am a visual person. I experience with my eyes and never, or only rarely, with my ears- to my constant regret.”

Perciò si può considerare Giorgio Moroder come un Fritz Lang più moderno e consapevole, che è finalmente riuscito a raggiungere la dimensione uditiva, creando uno strano ibrido tra videoclip, cinema muto e disco anni ’80. Per i più conservatori questa versione contamina la purezza dell’immagine e la natura stessa di film muto, per i più curiosi offre invece tanti spunti di riflessione sull’evoluzione della società, su come la musica e più in generale i suoni avessero spodestato la dimensione visiva in quell’epoca così caotica. Immaginiamo invece che cosa accadrebbe ora se qualcuno decidesse di restaurare Metropolis utilizzando la musica trap e il reggaeton: lo lascio alla vostra immaginazione.

Eleonora Grossi

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