Burger King e Unito: il flash-mob di protesta degli studenti universitari

img-20190124-wa0013Nella Palazzina Aldo Moro hanno aperto un Burger King, ma gli studenti universitari non ci stanno e oggi, 24 gennaio 2019, hanno organizzato un flashmob per protestare contro la privatizzazione degli spazi universitari e l’assenza di spazi adeguati per gli studenti, quali aule studio, lunch-room e biblioteche. Il flash-mob viene lanciato come evento su facebook, con 500 persone tra interessati e parteciperò, da Noi Restiamo Torino, gruppo universitario attivo politicamente, che propone di incontrarsi davanti al noto fast food alle 13.30 e di entrarvi per mettersi a studiare e mangiare il proprio cibo portato da casa, non avendo altri spazi adibiti.

Alle 13.30 circa un centinaio di studenti sono pronti a partecipare e Viola, una ragazza di Restiamo Torino, parla a nome dell’iniziativa tramite megafono: “Noi ci siamo resi conto che stanno costruendo un centro commerciale all’interno degli spazi dell’università, perchè non sarà solo il Burger King, quindi ci siamo detti che non abbiamo aule dove studiare e posti in cui mangiare e ci sembra assurda questa cosa. Per questo abbiamo lanciato questo flashmob, per capire in quanti siamo a farci domande su questo. Vogliamo dimostrare che siamo contro questo tipo di decisioni da parte dell’università. Abbiamo bisogno di spazi nostri, di un posto per poterci scaldare il pranzo in un microonde, di luoghi in cui poter studiare e riunirci tra studenti!”

Quando il corteo è pronto a entrare, le porte peró sono presidiate da carabinieri in tenuta antisommossa che impediscono l’ingresso agli studenti.

‘Fuori i privati da Unito!’ ‘Vergogna’ ‘Se sono spazi dell’università perchè non possiamo entrare?’ sono solo alcuni dei cori che si sollevano dalla massa.

Noi di The Password riusciamo a entrare da una porta laterale e riusciamo a intervistare un dipendente del Burger King e gli chiediamo cosa pensa dei fatti al di fuori del locale: “Non riesco a capire il senso di questa manifestazione, affittando a privati l’università ha semplicemente ulteriori introiti. Se vogliono protestare, comunque, che lo facciano, ma qui si tratta di privato, per cui non possono manifestare qua dentro, senza intralciare il lavoro degli altri che img-20190124-wa0016investono soldi in questo”

Il corteo a questo punto decide di avviarsi in via Verdi, alla volta del Rettorato, con l’intento di poter comunicare con il Rettore. All’arrivo però, il grande portone di legno viene serrato e presidiato da altri carabinieri in tenuta antisommossa, che non consentono alla massa di entrare.

Gli studenti intonano cori indignati, al megafono si cerca un dialogo col Rettore “Perchè non possiamo entrare in uno spazio che ci appartiene? Perchè gli studenti sono fuori dall’università e i privati dentro? Non siamo prodotti da vendere! Siamo studenti che rivendicano quello che spetta loro di diritto, studenti che vorrebbero parlare e capire qualcosa di questa situazione.”

Proviamo a passare dal lato di Via Po, ma troviamo il portone serrato anche lì: due ragazze dall’interno ci spiegano che loro non possono uscire, perchè il custode ha detto di non poter aprire fino al contrordine della polizia, quindi sono costrette ad aspettare dentro per un tempo indefinito.

Dal lato di Via Verdi il corteo si sta diradando, ma rimangono ancora una cinquantina di persone a protestare contro la negazione di essere ricevuti in Rettorato, di non poter esporre con serietà le problematiche che ci toccano da vicino, di essere sempre l’ultima ruota di un sistema che invece dovrebbe mettere gli studenti al centro.

Sicuramente, la questione resta controversa e la privatizzazione di spazi di Unito si è resa necessaria per poter portare introiti a un’università che riceve sempre meno fondi e che quindi, si presume, potrebbe migliorare i servizi per gli studenti attraverso i suddetti guadagni. Agli occhi di chi frequenta l’Università di Torino tutti i giorni, e in particolare nella zona di Palazzo Nuovo, che resta ancora per metà inagibile dopo 3 anni dalla sua chiusura totale a causa dell’amianto, la Palazzina Aldo Moro sembrava un’opportunità per avere i tanto agognati spazi per poter svolgere adeguatamente le lezioni, ma l’apertura di un fast food, ancora prima che il resto dello stabile sia agibile, sembra un affronto verso la mancanza di spazi per gli studenti, studiati e pensati per loro, che possano quindi concretamente migliorare la qualità di vita degli universitari.

Veronica Repetti

 

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