Nella mente di Lars von Trier: tra contaminazione e purificazione

Il nome di Lars von Trier è immancabilmente connesso allo scandalo. Infatti questo controverso regista danese è noto nel panorama cinematografico a causa della sua eccentrica personalità e dei numerosi atti rivoluzionari e anticonformisti con cui ha stravolto tutti i canoni stilistici e tecnici del cinema contemporaneo. Per prima cosa è opportuno segnalare che la materia dei suoi film è ricca di contenuti conturbanti e provocatori, spesso di carattere sessuale o esplicitamente violento.

Sulla base di queste trame cruente ed estremamente brutali Trier compie liberamente diversi azzardi stilistici, cadendo spesso in puro esibizionismo fine a se stesso, anch’esso elemento fortemente caratterizzante della sua singolare poetica. Dove è possibile individuare una regola ecco che lui interviene per sovvertirla e porre così la propria marca autoriale che rende i suoi film, oltre che indirizzati ad un pubblico con il sangue freddo, un prodotto artistico di nicchia e facilmente riconducibile al suo stile. Uno dei suoi “marchi d’autore” privilegiati dal punto di vista tecnico è il cosiddetto falso raccordo, tecnica che non segue le convenzioni dettate dal cinema classico (a cui ormai tutti i registi si sentono liberi di non aderire). Questo utilizzo “sgrammaticato” della macchina da presa rende particolarmente evidente e ingiustificato lo stacco tra due inquadrature pressoché identiche, qualsiasi spettatore avvertirà un’anomalia nella scena. Trier si diletta anche con abbondanti scavalcamenti di campo, movimenti di macchina inusuali, lunghissime scene mute o caratterizzate da colonne sonore suggestive che sostituiscono i dialoghi, ralenti e molti altri “manierismi da esteta”. Un esteta che non ha paura di mettere in discussione vecchie regole per dar loro nuova vita in complicati intrecci in cui di vitale troviamo ben poco. Anche in questo caso il regista osa proponendo tematiche considerate dei tabù nella nostra società, come la ninfomania, l’autoerotismo femminile, malattie e disturbi psicologici.

7054cf33fe9d8ab1f9eccda3c314a94eI film che meglio rappresentano la mente contorta e ossessiva di Trier sono Antichrist (2009), Melancholia (2011) e Nymphomaniac (2014), che vanno a comporre la cosiddetta “Trilogia della depressione”. Al di là di tutte le rivendicazioni tecniche e stilistiche ciò che è davvero sconcertante è come il regista danese riversi nelle sue opere tutte le paranoie e le fobie di cui egli stesso soffre gravemente; fare arte per lui è un atto puramente catartico, la sua unica possibilità di redenzione. Trier ha girato la trilogia in stato depressivo e ha ideato il film Dogville in soli 12 giorni sotto l’effetto di droghe e alcol.

Non sono solo gli eccessi ad aver trascinato Trier al centro di un acceso dibattito cinematografico, ma anche il celebre scandalo avvenuto nel 2011 durante la presentazione di “Melancholia” al Festival di Cannes, dove sotto gli occhi increduli di spettatori, giornalisti e gli attori stessi del film ha affermato di simpatizzare per Hitler, sostenendo di essere nazista. Una simile dichiarazione ha comportato la sua immediata espulsione dal Festival. In seguito ha partecipato a diverse interviste in cui si scusava per l’accaduto, pentendosi per lo scherzo di cattivo gusto. In effetti il regista non ha mai manifestato comportamenti apologetici, e forse la sua “battuta” è il frutto di un momento di delirio irrazionale.

Che Trier sia una personalità molto difficile da inquadrare è innegabile. È imprigionato nelle sue ossessioni e nella malattia che lo consuma e rende le sue azioni imprevedibili. Ed ecco che torna il grande dilemma: è possibile scindere la personalità di un artista dalle sue creazioni? Per Lars Von Trier questo non è possibile, ed è evidente se si osservano i suoi a dir poco bizzarri e discutibili comportamenti in pubblico e i suoi film che sono come vivide trasposizioni dei suoi più terrificanti incubi. 

Eleonora Grossi

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