Russian doll – Altro che dèjà vu (recensione no spoiler)

Ecco Nadia. Capelli rossi, abito nero, è in un bagno; si specchia e chiude il rubinetto. Bussano alla porta (decorata con una lunga fenditura blu quasi luminescente). Esce dal bagno. Ad accompagnare il tutto, la canzone Gotta get up di Harry Nillson. Nadia è l’ospite d’onore alla festa dei suoi trentasei anni, organizzata dalla sua amica Maxine.

Durante la serata rimorchia un tale che invita a casa sua, nel frattempo è anche alla ricerca del suo gatto che risulta essere scappato. Quando, ormai sola a casa, esce per acquistare delle sigarette, scorge dall’altro lato della strada il gatto, decide quindi di raggiungerlo ma non fa in tempo perché viene investita da una macchina e muore.

“E quindi? Muore subito la protagonista?” – vi chiederete – sì e no. Infatti… Ecco Nadia. Capelli rossi, abito nero, è in un bagno; si specchia e chiude il rubinetto. Bussano alla porta (decorata con una lunga fenditura blu quasi luminescente). Esce dal bagno. Ad accompagnare il tutto, la canzone Gotta get up di Harry Nillson. Nadia è l’ospite d’onore alla festa dei suoi trentasei anni, organizzata dalla sua amica Maxine.

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Eh già, non avrete difficoltà a memorizzare questa successione di azioni perché la stessa Nadia ben presto si accorgerà di essere intrappolata alla propria festa di compleanno, bloccata in un loop temporale in cui continuerà a vivere (per non più di 48 ore circa) e morire nei modi più disparati, ritornando sempre al punto di partenza: il bagno e la festa.

Il tratto comico e grottesco che caratterizza la narrazione non cesserà quasi mai del tutto di esistere ma si attenuerà nella seconda parte della stagione. I toni si faranno infatti più profondi e oscuri, quando il razionalizzare le circostanze in corso da parte della protagonista e il vedere la realtà alterarsi dopo ogni “ritorno in vita” porteranno Nadia a porsi una serie di questioni, per lo più legate ad aspetti della sua esistenza a cui aveva fino a quel momento preferito non pensare troppo.

Il processo, dunque, utile alla comprensione dell’assurda situazione che sta vivendo è parallelo a una sorta di miglioramento e crescita interiore, che presuppone il lasciarsi indietro pesi per troppo tempo trattenuti e trascinati con sé.

La ciclicità delle vicende provocherà una riduzione progressiva della realtà vissuta da Nadia, simile proprio alla struttura di una matrioska (a cui il titolo richiama) o a quella di un videogioco (un esplicito riferimento al lavoro della protagonista) in cui i personaggi morendo ripetutamente ripartono sempre da un punto preciso.

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Disponibile dall’1 febbraio scorso sulla piattaforma di Netflix, la serie Russian Doll vede un team di realizzazione tutto al femminile. L’attrice Natasha Lyonne – che forse avete già visto nei panni di Nicky Nichols in Orange Is The New Black – oltre a interpretare Nadia, personaggio perno di ogni episodio, è anche sceneggiatrice e regista. In ciò è affiancata da Amy Poehler e Leslye Headland.

Forse proprio questa marcata presenza femminile è ciò che porta a un sovvertimento di gran parte dei più comuni stereotipi. I personaggi, sia in relazione ad altri sia verso se stessi, vivono conflitti comuni della stessa vita reale e non è possibile per questo inserirli nei tipici schemi caratteriali.

Altro elemento curioso riguarda il concetto di inutilità. Per molte serie tv e film lo spettatore è ormai abituato a dover prestare attenzione a ogni singolo dettaglio o personaggio (il classico “se ci viene mostrato più volte sarà importante”), ma non in questo caso. Ci si accorgerà ben presto di aver dato peso a ciò che era intenzionalmente irrilevante – a partire da personaggi secondari, dal contare il numero delle morti, fino alla durata variabile del periodo tra ritorno in vita e successivo decesso – ad aver quindi notato più del necessario pur di soddisfare la voglia di diramare la questione.

Tutto rispecchia e motiva la quotidianità della vita reale: non tutto ciò che vediamo ha uno scopo, non tutte le persone che incontriamo saranno per noi rilevanti, non consideriamo ogni aspetto della nostra vita come utile al raggiungimento di un obiettivo preciso; così è anche la serie, volutamente arricchita da uno strato di elementi insignificanti, ma comunque globalmente utili a comprendere che anche il gesto più trascurabile o l’atteggiamento più superficiale possono avere conseguenze impreviste su altri individui.

Valentina Rosselli

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