Intervista a Jacopo Bindi: testimone di una nuova società politica

Il 25 Marzo avrà luogo l’udienza che decreterà l’applicazione o meno di misure di sorveglianza speciale ai cinque ragazzi torinesi sotto inchiesta da parte della procura di Torino, in quanto ritenuti “soggetti socialmente pericolosi” per il loro trascorso in Siria, dove hanno partecipato al rivoluzionario progetto politico della Siria del Nord e hanno collaborato con i militanti contro l’ISIS.

Jacopo Bindi si presenta come uomo politicamente attivo sin dall’adolescenza in vari movimenti, come NoTav, e nel centro sociale Askatasuna di Torino. Nel settembre 2017 Bindi decide di andare in Siria, come militante internazionale del movimento rivoluzionario della Confederazione democratica della Siria del Nord. Ci racconta essere stato testimone in Siria di una vera e propria rivoluzione socialista: il popolo curdo, nella drammatica situazione di perpetuo conflitto, è riuscito, sulla scia della filosofia del pensatore politico Abdullah Ocalan, a costruire una società che si autogoverna e si auto-organizza senza il bisogno di un intervento statale. Bindi è stato immerso in questo esperimento politico e sociale, fatto di comuni e associazioni auto-organizzate che si pongono l’obiettivo di combattere la logica capitalista, l’organizzazione statale della vita dall’alto al basso e il patriarcato come valore apparentemente incommensurabile.

Come hai deciso di andare in Siria? Cosa ti ha convinto a partire mentre eri ancora in Italia?

“Come tantissime altre persone sapevo cosa stava succedendo in Siria, ma non ne ero così cosciente, data la mancanza di informazioni. Quello che per me ha dato una svolta è stata la notizia della resistenza di Kobane e di Shingal (cfr. resistenza attuata dallo YPG e dal PKK, due forze militari che hanno protetto la città di Shingal e liberato Kobane dall’assedio dell’ISIS, avvenuta nel 2014). Quando ho scoperto che la forza che stava combattendo e stava resistendo in maniera eroica, lo YPG, era una forza di sinistra con delle idee e dei valori molto simili ai miei, decisi di approfondire la mia conoscenza di quella situazione tramite internet, articoli, e tramite reportage di italiani e internazionali che si erano uniti per un periodo allo YPG. Una volta indagato in modo più approfondito ho capito che oltre ad un aspetto militare molto importante, vi era un progetto politico che rispecchiava molto le mie idee, nonostante la differenza del contesto. Ho avuto l’opportunità di partire con una delegazione civile, il cui scopo era quello di conoscere e entrare in contatto con le strutture della rivoluzione facendo anche dei reportage, per poi decidere di allungare il periodo di permanenza per entrare nel lavoro nella società della rivoluzione come militante internazionale.” 

Quali sono le ideologie che stanno guidando questo esperimento politico e sociale? In cosa consistono le differenze tra il nostro modello democratico e quello del Rojava?

“La società della Confederazione della Siria del Nord è stata fondata sotto la guida del partito politico PYD, che si basa sulla teoria elaborata da Ocalan, teoria di matrice socialista e frutto della tradizione marxista-leninista. Questo ha un obiettivo di lungo termine che è quello di costruire una società libera: una società in cui uomini e donne possano vivere liberi da oppressioni di genere, di religioni, di etnia e da ricatti economici. Dal punto di vista ideologico questo pensiero critica fortemente lo Stato, che viene visto come una struttura intrinsecamente oppressiva, che impone un’unica identità nazionale e che attua una pratica decisionale che va dall’alto verso il basso. Lo Stato agendo come garante dall’alto, crea una dipendenza, ad esempio politica: un cittadino al di là della pratica elettiva non ha un ruolo attivo e partecipativo, con delle prese di responsabilità.

Quindi ciò che differenzia il nostro modello e la società democratica del Rojava è che nella seconda la mancanza dell’ingombrante presenza statale responsabilizza e rende indipendenti i cittadini dal punto di vista economico, politico e militare. Dal punto di vista ideologico lo Stato viene visto come lo sviluppo di una mentalità patriarcale prodottasi nella società quando il ruolo della donna è divenuto subalterno a quello dell’uomo, piegandosi alle logiche di dominazione e sfruttamento maschile. Questo progetto socialista è frutto di una rivalutazione e di una critica delle rivoluzioni precedenti; si differenzia in particolare per il rafforzamento di alcune componenti della loro costruzione ideologica: il rifiuto categorico della struttura statale, il mantenimento della proprietà privata, la lotta al patriarcato e quindi la liberazione delle donne e la questione ecologica.”

Nella pratica quotidiana come vengono attuate queste idee?

“Secondo i rivoluzionari non vi è differenza tra pratica e pensiero, ciò che dicono deve avere una effettività quasi istantanea nella realtà. L’unico ostacolo è dato dalla emergenzialità della situazione del conflitto siriano. Quindi seguendo l’ideologia teorizzata da Ocalan la società si è organizzata secondo un modello dal basso verso l’alto, dove il cuore del potere sta nelle comuni di villaggio, che sono assemblee di cittadini, composte ognuna da 150 famiglie, dove avviene il processo decisionale e l’amministrazione autonoma del loro territorio di competenza. Tutte le cariche all’interno di queste comuni sono elettive e sono doppie: ogni carica ha una figura femminile e una maschile. Le comuni si occupano di tutti gli aspetti della vita quotidiana, ogni comune ha delle commissioni che ricoprono funzioni precise. Dall’idea dell’auto-governo e dell’auto-gestione la società si organizza sia per quanto riguarda la difesa e la sedazione di conflitti interni, sia dal punto di vista economico attraverso cooperative, dove l’obiettivo non è il profitto ma il sostentamento della società.”

                                                                                                                                    Ottavia Dal Maso

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Ugo ha detto:

    Mmmmmm cosa?

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