Sacco e Vanzetti: vittime dell’odio

Nell’aria di odio e di intolleranza che si respira in questo periodo in Italia è utile, forse indispensabile, riportare alla memoria eventi che videro gli italiani bersagli di odio e discriminazione. Attualmente nel nostro paese nel mirino di razzisti e di xenofobi, o semplicemente di ignoranti impauriti, vi sono gli immigrati, i rom, i rifugiati soprattutto dal Nord-Africa e dal Medio-Oriente; l’odio razziale è uno strumento sociale e politico che un popolo utilizza per differenziare ‘noi’ da ‘loro’. Risulta strano quindi pensare che in un altro momento storico, neanche troppo lontano, gli italiani fossero i ‘loro’. Un esempio lampante delle conseguenze devastanti del razzismo e dei pregiudizi è la storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.

Due emigranti nell’America dei primi anni del Novecento, il primo era calzolaio, l’altro un pescivendolo, entrambi facenti parte di un collettivo socialista italo-americano di colore anarchico e pacifista. L’America era pervasa da un clima di xenofobia e pregiudizi in particolare nei confronti di quegli europei che in massa erano emigrati nei loro territori a causa della prima guerra mondiale. In questo contesto di tensioni sociali nel 1920 i due italiani vennero arrestati con l’accusa di duplice omicidio durante una rapina ad una fabbrica di calzature. Nonostante non vi fossero prove certe della colpevolezza dei due italiani, questi trascorsero sette anni nel braccio della morte. Sacco e Vanzetti non rinnegarono mai le loro idee anarchiche e socialiste, credevano nell’uguaglianza di tutti gli uomini, nella libertà e combatterono contro le istituzioni borghesi, violente e oppressive e contro il razzismo. Il loro arresto rappresentò il capro espiatorio utilizzato dal ministero di giustizia per placare un’opinione pubblica violenta e furiosa, dandole dei colpevoli, cioè degli italiani anarchici. Già dal carcere Sacco e Vanzetti erano divenuti un simbolo di lotta contro razzismo e xenofobia ma anche di ingiustizia. Le manifestazioni di solidarietà non servirono poiché Nicola e Bartolomeo vennero condannati a morte il 23 agosto 1927 sulla sedia elettrica.

Alla loro memoria Giuliano Montaldo ha dedicato un film: in una delle scene del processo, l’accusa durante l’arringa finale convince la giuria con un’invettiva contro il popolo italiano. Gli italiani vengono descritti come degli ignoranti, degli immigrati clandestini, portatori di una cultura primitiva.

Questo sta a significare che l’odio nella bocca di un razzista americano degli anni ’20 è uguale a quello nella bocca di un razzista italiano nel 2019. Il razzismo e l’odio non hanno colore sono anzi camaleontici, si adattano perfettamente a qualsiasi minoranza, razza ed etnia. La colpa di queste vittime è quella di essere nati in una certa parte del mondo e di credere fermamente in certi valori e questo lo ritroviamo nelle parole che Bartolomeo Vanzetti pronunciò per ribadire la sua innocenza: «Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già.»

Lo sfruttamento dell’odio nei confronti dello straniero è storicamente uno strumento utilizzato per esorcizzare le proprie paure e per definire la propria identità nazionale. E a quanto pare la storia si continua a ripetere…

                                                                                                                                  Ottavia Dal Maso

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