Julian Assange, dov’eravamo rimasti?

È notizia di ormai qualche settimana fa che Julian Assange è stato arrestato dalla Polizia Metropolitana di Londra nel consolato dell’Ecuador, in cui si trovava assediato da diversi anni. Ma chi è Julian Assange, e come siamo arrivati fin qui?

Julian Assange è un giornalista e attivista australiano, co-fondatore del sito WikiLeaks, di cui si è sempre definito “caporedattore”. WikiLeaks, per chi non lo sapesse, è un sito votato alla diffusione libera di documenti, solitamente protetti dal segreto di stato: chiunque può depositare in una sorta di “buca delle lettere virtuale” dei documenti anche segretati e vederli pubblicati online in modo anonimo e sicuro (ma non sempre in modo etico, ma questo argomento lo tratteremo più avanti).
Nel 2010 WikiLeaks, già esistente da alcuni anni, pubblicò oltre 250mila documenti diplomatici riguardanti la guerra in Afghanistan. Questi documenti rivelavano alcuni aspetti nascosti della guerra portata avanti, in primis, dagli Stati Uniti: violazioni dei diritti umani, violazioni del diritto internazionale umanitario, rapporti dell’intelligence, rapporti sul controspionaggio. Julian Assange, in quanto editor del sito, venne accusato dagli Stati Uniti di spionaggio (rischiando una condanna a vita o addirittura la pena di morte), ma non venne mai arrestato perché residente nel Regno Unito.

Casualmente, pochi mesi dopo la diffusione del materiale top secret da parte di WikiLeaks, le autorità svedesi emisero un mandato d’arresto nei confronti di Assange per i reati di stupro, molestie e coercizione illegale, per aver avuto rapporti sessuali non protetti con due donne e per essersi rifiutato di sottoporsi a controlli sulle malattie sessualmente trasmissibili. Assange, invece di tornare in Svezia per affrontare il processo con il rischio di essere estradato negli Stati Uniti per l’accusa di spionaggio, si consegna alle autorità inglesi di Scotland Yard. Sconta una intera settimana in prigione a Londra e poi esce su cauzione.
Probabilmente spaventato dal fatto di poter essere spedito in Svezia (paese che continuava a chiedere a gran voce la sua estradizione), Assange si rifugiò nel 2012 presso il consolato dell’Ecuador, richiedendo asilo politico in quanto perseguitato.

Da allora, negli ultimi sette anni, Assange ha vissuto rinchiuso nel consolato dell’Ecuador a Londra: una convivenza non sempre facile, in quanto Assange si è dimostrato un ospite non di semplice gestione (ci sono anche immagini, piuttosto divertenti, di Assange che per ammazzare il tempo va in skateboard nei corridoi del consolato). Quindi, se è vero che dopo tre giorni l’ospite puzza, dopo sette anni di convivenza il neo-eletto presidente ecuadoriano ha deciso di lasciare entrare i poliziotti della MET dalla porta principale per arrestare finalmente Julian Assange.
Nel frattempo, in questi anni, le accuse dalla Svezia sono state ritirate, ma Assange deve affrontare un processo nel Regno Unito per essere fuggito nonostante si trovasse libero sotto cauzione, oltre che al sempreverde processo per spionaggio negli Stati Uniti. Dopo sette anni di reclusione nel consolato ecuadoriano, dopo essere costato quasi 10 milioni di sterline di sorveglianza alla polizia londinese (in questi sette anni c’è sempre stata una pattuglia della MET fissa davanti alle finestre del consolato dell’Ecuador, 24 ore al giorno, per controllare che Assange non uscisse dalla porta principale), Julian Assange si trova finalmente faccia a faccia con la giustizia.

Julian Assange è una delle personalità moderne di più difficile catalogazione. In un mondo in cui si tende a dividere la realtà tra bianco e nero, tra eroi e carogne, è sempre difficile etichettare in maniera così manichea un personaggio che ha fatto tanto per la libertà di espressione (da un lato) ma in modo così sconsiderato. WikiLeaks, in un modo molto (troppo?) democratico, pubblica qualsiasi documento riceva, purché veritiero, senza operare alcun tipo di filtro sulle informazioni. Basti pensare che in seguito alla diffusione di documenti del 2010 centinaia di funzionari pakistani (formalmente alleati degli americani, ma segretamente ammanicati con i talebani) hanno perso la vita. Oppure alla fuga di mail di Hillary Clinton che le sono costate la corsa alla Casa Bianca contro Trump due anni fa.
È indubbio che il lavoro che svolge WikiLeaks è fondamentale per diffondere la vera verità, ma è anche giusto considerare il costo di tale avventatezza.

Luca Negro

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