Giorgio de Chirico e la pittura metafisica: dalla Grecia a Torino

Giorgio de Chirico nasce nel 1888 a Volo, in Grecia, da genitori di origine italiana. Vivrà con la madre e il fratello Alberto Savinio a Monaco di Baviera,e successivamente si trasferirà a Milano e a Firenze. Mentre Alberto si dedica alla musica e alla scrittura, Giorgio segue la sua passione per le arti figurative, mostrando un forte interesse per i pittori simbolisti, in particolare per Arnold Böcklin, autore di “Ulisse e Calipso”, a cui de Chirico si ispira per il celebre quadro “L’enigma dell’oracolo”. L’artista evoca spesso la propria patria all’interno dei suoi dipinti, sia attraverso riferimenti alla mitologia sia alludendo alla tipica architettura ellenistica.

Giorgio de Chirico

A causa dei continui trasferimenti, il pittore sente la necessità di costruire la sua nuova identità di cittadino italiano, perciò frequenta numerose biblioteche in cui studia non solo i miti greci, ma anche la letteratura italiana, la quale avrà una grande influenza sulla sua pittura. Fin dall’inizio della sua attività de Chirico dimostra di possedere una propria personalità artistica, discostandosi presto dal Simbolismo degli inizi sino a dar vita alla cosiddetta “pittura metafisica”. Questo linguaggio artistico prende corpo durante il suo soggiorno a Firenze e fa riferimento alla volontà dell’artista di rappresentare una dimensione altra rispetto alla realtà, una dimensione che appartiene esclusivamente all’universo pittorico e che si carica di significati allegorici, citazioni colte e allusioni. Secondo de Chirico la metafisica è come un giocattolo, noi da bambini lo rompiamo perché siamo curiosi di capire come funzioni, ma scopriamo che al suo interno non contiene nulla, e ciò che ci resta è solo un oggetto frantumato e inutilizzabile.

Sarà fondamentale l’influenza che il filosofo Friedrich Nietzsche avrà sulla costruzione di questo nuovo linguaggio metafisico, in particolare quel nichilismo che priva la realtà di qualsiasi significato, aspetto fondamentale di tutti i suoi quadri. Non a caso anche i titoli dei suoi dipinti sono considerati dei veri e propri enigmi a cui de Chirico si rifiuta di offrire una soluzione univoca. L’influenza della letteratura e della filosofia ci spingono a “leggere” e interpretare ciò che l’artista ci mostra, ma la sua “narrazione” non porta mai a nulla di definitivo, l’enigma è destinato a restare irrisolto. Troviamo ciò che si può considerare il manifesto della sua pittura metafisica nel suo autoritratto, su cui è riportata la frase latina: “Et quid amabo nisi quod aenigma est?” (“E cosa amerò se non ciò che è enigma?”)

Per un breve periodo della sua vita de Chirico soggiorna a Torino, tappa fondamentale per la messa a punto del suo linguaggio metafisico. Rimarrà sconcertato e affascinato dalle enormi piazze della città, dalle simmetrie create dai portici o dalle colonne portanti e dalle statue, un elemento assai presente nei suoi quadri. Inoltre si identificherà ancora di più con Nietzsche, il quale aveva manifestato i primi sintomi di “follia” proprio in quella città. Nei quadri del periodo torinese il pittore rappresenta elementi reali estrapolati dal contesto cittadino e inseriti in uno spazio irreale e privo di significato. Le ombre artificiali e allungate, le grandi piazze vuote, i piani prospettici scorciati e l’assenza di figure umane trasmettono un senso di angoscia e ambiguità.

Il pittore immagina la sua tela come una sorta di scenografia in cui ciò che è messo in atto non è la realtà, ma la sua fittizia rappresentazione, ne è un esempio il palco su cui si trovano le due statue protagoniste del quadro “Le muse inquietanti” e “Torino a primavera”, in cui ancora una volta ci troviamo di fronte ad un enigma a cui è impossibile dare una spiegazione.

Eleonora Grossi

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