Sea Watch 3: riassunto di un’odissea e risposta a qualche domanda

Nell’ultimo periodo molto si è detto a proposito della ONG Sea Watch e della capitana (anche se è più corretto parlare di comandante) della nave Sea Watch 3, Carola Rackete. Sono state spese parole di solidarietà, parole di rabbia, parole offensive e irripetibili. In mezzo a tutto questo rigurgito di opinioni, può ben darsi che qualcosa della vicenda sia sfuggito: in questo articolo se ne ripercorreranno le tappe, cercando di fare chiarezza su qualche profilo giuridico.

Lo scorso 12 giugno la nave Sea Watch 3, dell’ONG tedesca Sea Watch, ha soccorso un barcone carico di migranti in acque internazionali, in zona SAR libica. Le zone SAR – Search and Rescue – sono aree geografiche che ogni Stato si attribuisce e in cui è tenuto a prestare soccorso. La SAR libica è stata istituita recentemente, e l’Italia stessa ha fornito mezzi e denaro alla Guardia Costiera libica per il suo funzionamento. Tuttavia il soccorso in tale zona non pare funzionare come disciplinato dalle Convenzioni internazionali, e in più persiste un problema non trascurabile: la Libia – a causa dell’instabilità interna – non può dirsi un “luogo sicuro” in cui possa avvenire lo sbarco dei naufraghi, perché sono tristemente noti i trattamenti cui vengono sottoposti i migranti nei centri di detenzioni libici.

Per questi motivi, pur avendo ricevuto l’indicazione di sbarcare a Tripoli, la Sea Watch 3 ha proseguito verso Lampedusa – il porto più vicino dopo la Libia – chiedendo all’Italia un place of safety. Nel mentre, il 15 giugno, è entrato in vigore il fresco decreto sicurezza bis, che tra le altre cose attribuisce al Ministro dell’Interno il potere di vietare l’accesso in acque territoriali per finalità di ordine pubblico o di contrasto all’immigrazione irregolare, prevedendo multe, nonché confisca delle imbarcazioni per reiterate violazioni. Tale potere è stato esercitato nei confronti della Sea Watch 3, la quale è rimasta così per 14 giorni fuori dalle acque territoriali italiane, in attesa di indicazioni.

Tratta della Sea Watch 3

Durante questo lasso di tempo, sono accadute quattro cose. La prima è stata la discesa di una decina di persone – minori, donne incinta e famiglie – per ragioni di salute e di vulnerabilità.

La seconda è stata lo sbarco in altre zone d’Italia di quasi 400 migranti, portati non da navi ONG ma da barconi, cosa di cui nessuno, in primis il Ministro dell’Interno, ha parlato.

Infine ci sono stati i due tentativi giudiziari da parte della Sea Watch di sbloccare la situazione, senza forzare il blocco (perdonateci il bisticcio di parole). È stato infatti esperito ricorso presso il TAR del Lazio, a cui si è chiesto di sospendere in via cautelare l’efficacia del provvedimento ministeriale. Il ricorso è stato però rigettato, in ragione del fatto che non c’erano più situazioni di gravità tale da rendere necessaria la sospensione, in quanto i soggetti vulnerabili (minori, donne incinte e famiglie di cui sopra accennato) erano già sbarcati.

La Sea Watch ha fatto inoltre richiesta di misure provvisorie alla Corte EDU di Strasburgo, chiedendo di imporre all’Italia di provvedere allo sbarco. Questa Corte non è un’istituzione dell’Unione Europea, bensì un organo giurisdizionale internazionale deputato a garantire l’applicazione e il rispetto della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali (CEDU). Oltre a decidere sui ricorsi che le vengono presentati, è suo potere indicare misure provvisorie, a fronte di imminente rischio di danno irreparabile, vincolanti per gli Stati aderenti alla CEDU. La richiesta della Sea Watch – basata sulla situazione igienico-sanitaria e di sovraffollamento della nave – è stata respinta dalla Corte, che però ha raccomandato alle autorità italiane di continuare a fornire supporto umanitario.

Il rifiuto della Corte EDU è stato titolato da molti giornali “la Corte di Strasburgo da ragione a Salvini”, ma in realtà esso si inserisce in un orientamento giurisprudenziale ben consolidato, tendente a concedere le misure provvisorie raramente e in situazioni di stringente urgenza (il 20% delle richieste circa). La decisione, quindi, non sembra pregiudicare l’esito di un eventuale futuro ricorso; impressione che si trae anche dalla posizione del Consiglio d’Europa – organo collegato alla Corte – che tramite le parole della Commissaria per i diritti umani Dunja Mijatović ha condannato le campagne denigratorie contro le ONG nonché le sanzioni volte ad ostacolarne l’attività.

Si è giunti così al 26 giugno, in cui la Sea Watch 3 ha forzato il blocco, fermandosi a qualche centinaio di metri dal porto di Lampedusa. Qui è arrivato alla comandante Rackete l’avviso di garanzia, per informarla che la procura di Agrigento aveva aperto un’indagine a suo carico – per favoreggiamento all’immigrazione clandestina e rifiuto di obbedienza a nave da guerra – nonché per notificare il provvedimento di sequestro per l’acquisizione dei documenti di bordo. Contemporaneamente è giunta anche la notizia che l’Italia aveva raggiunto un accordo con altri Paesi europei, disponibili alla ricollocazione dei migranti; ciononostante, quel che continuata a non arrivare, era qualche segnale per lo sbarco (probabilmente perché Salvini voleva che i migranti risultassero legalmente sbarcati nei Paesi disponibili all’accoglienza, condizione non accettata dagli stessi).

Così, la notte tra il 28 e il 29 giugno, la Sea Watch 3 entra in porto e la vicenda si conclude con l’arresto di Carola Rackete, in mezzo a fischi e insulti di chi evidentemente era giunto sull’isola per salvare il suolo patrio da un pericoloso nemico pubblico.

Sbarco dei migranti

Silvia Gemme

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