Portraits – Salman Rushdie: una vita sotto costante minaccia di morte

Ahmed Salman Rushdie nasce a Bombay il 19 giugno 1947 da una benestante famiglia dardica di fede islamica. Il primo testo in assoluto scritto da Rushdie fu, a 12 anni, un racconto ispirato al film Il Mago di Oz, che il futuro scrittore aveva appena visto in un cinema di Bombay. Intitolato Over the Rainbow, fu battuto a macchina su carta velina dalla segretaria del padre e successivamente smarrito in uno dei traslochi di famiglia.

La vera e propria carriera di scrittore di Rushdie comincia, quindi, ufficialmente, con Grimus, una fiaba fantastica, in parte fantascientifica, che venne però ignorata dal pubblico e dai critici. Il suo romanzo successivo, I figli della mezzanotte, invece, lo catapulta nella fama letteraria ed è considerato il suo miglior lavoro fino ad ora. Dopo il successo di I figli della mezzanotte, Rushdie scrisse La vergogna, in cui delinea i tumulti politici in Pakistan basando i suoi personaggi su Zulfikar Ali Bhutto ed il Generale Muhammad Zia-ul-Haq.

Altro romanzo di grande successo fu La terra sotto i suoi piedi, una storia che rivisita in chiave moderna, attraverso Bombay, Inghilterra e Usa, il mito di Orfeo ed Euridice nelle vesti delle due popstar Vina e Ormus. Tema principale del libro è lo stretto rapporto di interdipendenza che esiste tra amore, morte e musica. Lo scrittore indiano ha ricevuto molti altri premi per le sue opere, incluso l’European Union’s Aristeion Prize for Literature e nel 1989 e il Germany’s Author of the Year Award. Rushdie è anche membro della Royal Society of Literature e Commandeur des Arts et des Lettres dal 1999 e  come se tutto ciò non bastasse, è anche presidente del PEN American Center e Honorary Professor in Humanities al MIT.

Nonostante questi indubitabili successi, Salman Rushdie non è diventato noto in tutto il mondo solo per le sue doti narrative. Ciò che gettò lo scrittore nel vortice della stampa internazionale fu la vicenda legata alla pubblicazione de I versi satanici. Nel 1988, infatti, Rushdie pubblicò questa storia fantastica, ma chiaramente allusiva (e parodica) nei confronti della figura di Maometto, che venne ritenuta blasfema dai musulmani. La pubblicazione del libro provocò, nel febbraio 1989, una fatwā (ossia una condanna a morte per blasfemia) dall’ayatollah Khomeini, che decretò la condanna a morte del suo autore, reo di bestemmia. Da quel momento in poi, Rushdie fu costretto a vivere costantemente sotto scorta, anche dopo la sua fuga in Inghilterra. La follia e la rabbia dei suoi connazionali raggiunsero vette  a dir poco estreme: non solo volevano la morte dell’autore, ma tentarono con ogni mezzo di impedire la diffusione del libro, e perfino alcuni traduttori che si erano occupati della traduzione del testo entrarono nel mirino del regime iraniano. Il traduttore giapponese del romanzo, Hitoshi Igarashi, ad esempio, fu ucciso da emissari del governo, mentre il traduttore italiano, Ettore Capriolo, fu aggredito da un sicario in casa sua rimanendo però solo ferito, così come l’editore norvegese in un episodio analogo.

In un articolo di Repubblica datato 3 maggio 2008, viene riportato un interessante dialogo tra Rushdie e Roberto Saviano circa la vera essenza della libertà di espressione. In questa intervista Rushdie sottolinea come, nonostante gli innumerevoli disagi e le minacce di morte coi quali è costretto a vivere ormai da molti anni, riscriverebbe I versi satanici in ogni momento, e questo non per vanità o perché quel libro gli abbia fatto guadagnare la fama mondiale, ma per la sua intrinseca capacità di rappresentare quanto la libertà di espressione sia, ancora oggi, un’illusione in cui l’uomo contemporaneo si crogiola ingenuamente.

Il nome di Rushdie però non è stato accostato solo a quello di Saviano. Molti paragoni sono infatti stati fatti dai media tra il suo caso e l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo. Senza perdersi in sentimentalismi, quando a Rushdie venne chiesto di commentare l’episodio esordisce con: «La cosa che davvero mi dispiace è che i nostri compagni, che sono morti usando lo stesso strumento che uso io, la penna o la matita, siano stati quasi subito denigrati, definiti razzisti e altro ancora». Interpretare il buonismo dilagante che invade le strade e l’internet come manifestazione di un cambio liberale di mentalità è un grave errore: la lotta per la libertà d’espressione, la lotta contro il razzismo, i movimenti femministi, la lotta per i diritti delle comunità LGBT sono obiettivi che per essere raggiunti richiedono una lotta perpetua, e vite come quella di Salman Rushdie lo dimostrano.

Chiara Cioffi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...