Portraits- La vita in rivolta di Sylvia Rivera

Quest’anno abbiamo festeggiato il cinquantesimo anniversario dei moti di Stonewall, li abbiamo ricordati con festa, balli e lustrini, ma è doveroso ricordare anche chi ha iniziato quella battaglia e perché l’ha fatto. Questa è la vita di Sylvia Rivera, donna e attivista transgender di origine latino americana.
Facciamo qualche passo indietro, per capire la storia di questa donna spericolata, arrivando al 2 luglio 1951 giorno in cui questa storia ebbe inizio; nacque in un taxi davanti ad un ospedale nel Bronx a New York e una nascita di questo tipo doveva far capire che sarebbe stata il preludio di una vita fuori dal comune. Sylvia ha avuto un trascorso difficile, si può dire sia saltata dalla culla alla strada: suo padre la abbandonò appena nata e sua madre si suicidò quando aveva appena 3 anni. Venne affidata alla nonna che, però, non accettando i suoi atteggiamenti considerati troppo effeminati, la maltrattava e picchiava. Questo portò Sylvia a soli 11 anni a scappare di casa, procurandosi da vivere lavorando come prostituta nei pressi di Times Square
Purtroppo in quegli anni non era insolito che ragazzini e ragazzine, come Sylvia, si ritrovassero a vivere per strada perché cacciati dalle loro famiglie, finendo immischiati in giri di droga e prostituzione, rischiando giornalmente la propria vita. Continuò a lavorare come prostituta per diverso tempo, fino a quando, compiuti 18 anni decise di cambiare zona. Quell’anno fu un periodo di svolta per Sylvia: si trattava infatti del 1969, l’anno che cambiò la sua vita e quella della comunità queer.
Le incursioni della polizia nei bar gay erano comuni, ma stavano diventando progressivamente più violente. Uno dei bar presi maggiormente di mira era lo Stonewall Inn al Greenwich Village e, nella notte del 28 giugno 1969, a seguito dell’ennesimo violento raid delle forze dell’ordine, i presenti decisero di non voler più tacere davanti ai soprusi, e fu proprio Sylvia che innescò la miccia della rivoluzione tirando una bottiglia contro la polizia, iniziando quella che ormai viene riconosciuta internazionalmente come la rivolta di Stonewall, che diede inizio al gay pride.

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Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera

Dopo questi episodi e dopo aver preso parte ad una delle pietre miliari della storia dei diritti LGBTQ+, Sylvia divenne un’attivista a tutti gli effetti. Si unì alla Gay Activists Alliance (GAA) e fu la cofondatrice di STAR (Street Transgender Action Revolutionaries), che si occupava di dare una mano a tutte le persone transessuali che vivevano per strada, offrendo loro un letto, cibo e vestiti.
Sylvia ha vissuto una vita complicata, ha combattuto più volte contro le dipendenze e abitato per molti anni le strade di New York. Questa sofferenza ha fatto sì che il suo obbiettivo fosse evitare che le persone della comunità transgender e, in special modo, le persone transgender di colore (il termine “persona di colore” è usato principalmente negli Stati Uniti per descrivere qualsiasi persona che non sia europea o americana, in generale non-bianca, ndr) dovessero vivere le sue stesse sofferenze. Combatté più volte contro le associazioni mainstream LGBTQ+ che davano poche attenzioni alle necessità e ai diritti di questa frangia popolazione che erano, e sono, le più emarginate e vulnerabili della comunità. Portava avanti le sue battaglie con tanto furore che fu addirittura bandita dal New York’s Gay & Lesbian Community Center per diversi anni perché, durante una fredda notte di inverno, chiese aggressivamente al centro di prendersi cura dei giovani queer senza tetto.
Sylvia morì nel 2002 a causa di complicanze dovute ad un tumore al fegato. Non ebbe una vita felice e non fu una persona felice, ma raccolse tutto quel dolore per poterne fare uno strumento per riuscire a sollevare altri dal suo stesso destino: è stata una donna coraggiosa e la sua eredità ed il suo ricordo rimangono indelebili.

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Beatrice Maschio

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