Intervista a Mono Carrasco, artista del mondo

Héctor “Mono” Carrasco è pittore e muralista cileno, in Italia dal lontano ’74, quando fuggì dalla persecuzione politica del dittatore Pinochet. Mono crede da sempre nel valore dell’arte condivisa – i suoi murales sono sempre creati collettivamente, mai da lui solo – e dell’arte come veicolo di messaggi politici e sociali. La sua ultima opera, che Torino ha l’onore di ospitare, è un manifesto contro il razzismo, molto significativo nel momento politico attuale, ed è stato realizzato per volere del Museo di Arte Urbana (MAU) e con la collaborazione della Cabina per l’Arte Diffusa, di cui vi abbiamo già parlato qui.

Sabato 3 agosto è stato inaugurato il murale in via Rocciamelone 11, in Borgo Campidoglio, e per l’occasione sono intervenute l’atleta Daisy Osakue, reduce dall’oro alle Universiadi, il direttore artistico del MAU e molte altre persone impegnate in ambito artistico, politico e sociale. L’artista, Mono Carrasco, ci ha gentilmente concesso un’intervista.

Da dove viene il soprannome “Mono”?

“Mono” in spagnolo significa scimmia. Questo nomignolo viene da molto lontano, dal 1969, quando a Santiago del Cile ci fu una grande manifestazione nella via principale contro la guerra del Vietnam. A quei tempi le antenne erano alte e lunghe, non tonde come adesso, e passando davanti all’Università Cattolica Cilena a qualcuno venne in mente di mettere una bandiera del Vietnam sull’antenna del palazzo. Sono andato io, mi sono arrampicato; era molto molto alto. Da lì mi è rimasto questo nome. In Cile qualche volta se dico a qualcuno che non mi conosce che mi chiamano Mono, tutti ridono sotto in baffi!

Sei sfuggito alla dittatura di Pinochet scappando in Italia. Come ti è sembrato il Paese dell’epoca? Come sei stato accolto?

Sono arrivato il 1° ottobre del 1974 in un’Italia completamente diversa da quella che conosciamo oggi. Continuo a essere convinto che la vera Italia e i veri italiani siano quelli, non quelli di oggi. Allora c’era molta solidarietà verso il popolo cileno, contro Pinochet, anche lo stesso atteggiamento dei diplomatici italiani in Cile da cui mi ero rifugiato era di accoglienza. Ho vissuto il primo anno in Emilia Romagna, lavoravo per il comune la mattina e il pomeriggio giravo la regione per fare manifestazioni per il Cile, tutti i giorni. Nel ’75 e ’76 una volta in una settimana feci ben 8 murales! Non so come ho fatto, in 7 giorni.

Parliamo un po’ del tuo murale. Il soggetto è molto chiaro, è un manifesto contro il razzismo; hai scelto tu il tema o ti è stato commissionato?

In realtà mi hanno consegnato un muro. Quella sera, quando Mauro (Ndr. Edoardo Di Mauro, presidente e direttore artistico del MAU) mi ha chiamato, ho sognato che la neve bruciava. Cioè, ho visto una possibilità rara, per uno che dipinge i muri, di inviare alla città di Torino e al mondo un messaggio molto chiaro: è vero che siamo diversi ma siamo alla fine tutti uguali. Hanno partecipato più di 60 persone, dipingendo insieme a me, non so quante altre sono passate a visitarci, a salutarci, qualcuno ci ha portato la frutta, un po’ d’acqua, e nel quartiere c’è stata grande solidarietà e grande gioia per questa opera. Io, come per tutte le opere pittoriche, non so se sia bella o brutta. Per me l’importante è che possa mandare un messaggio forte. Chiaro, è una goccia d’acqua, ma, lo dirò anche stasera, se metteremo insieme tutte le gocce faremo un oceano.

Quindi per te l’arte deve sempre contenere un messaggio, non esiste l’art pour l’art?

Sì, io questo lo penso da persona che è nata in strada, l’opera d’arte deve avere un messaggio, e questo vale per tutti gli artisti, siano attori di teatro, di cinema, pittori, ballerini: siamo chiamati a usare la nostra arte, la nostra forma di comunicazione, per mandare dei messaggi chiari nel momento sociale nel quale si è. Io non concepisco un murale che non abbia un messaggio ben preciso. Non sempre i messaggi devono essere politici, chiaro, io lavoro molto anche con i bambini piccolini e con loro faccio un lavoro sull’ambiente. Una farfalla che viaggia e conosce tutti gli animali del mondo, che conosce persone di tutte le razze; il messaggio è sempre quello, viviamo tutti in una grande comunità. Dobbiamo essere assolutamente coscienti di questo.

Hai accennato al fatto che il Borgo Campidoglio ti ha accolto molto bene, e d’altronde questo è un quartiere molto noto per i suoi murales, che sono anche oggetti di tour. Avevi mai partecipato con il MAU e con la Cabina dell’Arte Diffusa?

Sì, ho fatto una mostra per la Cabina e ho anche partecipato a un film fatto da loro in forma completamente indipendente, senza finanziamenti, facendo anche un piccolo murale. Per quanto riguarda il Campidoglio, proprio perché viene visitato da tanti, è successo che sia passata una delegazione di studenti cinesi. Per fortuna una delle ragazze parlava spagnolo e sono riuscito a colloquiare con lei e con gli altri, e qualcuno mi ha chiesto anche un pennello per dare una pennellata, così abbiamo fatto dipingere proprio tutti.

Sicuramente il murale è il mezzo migliore per condividere l’atto artistico; hai mai sperimentato altre formule?

Come in tutte le cose, basta avere la volontà e non essere personalisti. Qualsiasi cosa può essere collettivizzata, una canzone, un coro, un balletto; e se vengono coinvolte le persone l’obiettivo è raggiunto.

Anna Contesso

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