Coppe del Mondo: Meritocrazia o uguaglianza?

Le cerimonie d’apertura dei più importanti tornei sportivi non mancano mai di riaprire un’annosa e sempre attuale questione: sono giusti i criteri con cui vengono selezionati i partecipanti?

Bryan Habana, ex giocatore sudafricano di rugby, durante la vittoria per 64 a 0 della sua Nazionale sugli Stati Uniti.

La risposta a questa domanda, tuttavia, dipende fondamentalmente da che cosa ognuno di noi intenda per giusti e, infatti, cambia radicalmente tra chi gli attribuisce il significato di geograficamente egualitari e chi quello di meritocratici. Dipende anche da come ciascuno concepisce – per esempio – una coppa del mondo e, pertanto, cambierà radicalmente tra chi lo intende come un torneo da diversificare il più possibile senza danneggiare troppo la qualità e chi pensa, invece, che dovrebbe essere una competizione esclusiva tra le nazionali più forti in assoluto, a prescindere dalla loro collocazione geografica. 

Mondiali di Calcio Femminile 2019: attimi di consolazione durante Stati Uniti – Thailandia. La partita è terminata 13 a 0.

Questo divario deriva da un dato oggettivo: molti degli sport di squadra più praticati al mondo sono qualitativamente mal distribuiti sul pianeta. È semplice: le squadre nazionali più forti si concentrano in un ristretto numero di zone. Prendiamo, ad esempio, la Coppa del Mondo di calcio, ossia l’evento più seguito dello sport più popolare al mondo: alle qualificazioni partecipano centinaia di squadre appartenenti a sei confederazioni diverse (europea, africana, asiatica, sudamericana, centro-nordamericana, oceaniana), ma alla fase finale ci arrivano in 32. All’ultimo mondiale si sono qualificate 14 squadre europee, 5 africane, 5 asiatiche, 5 sudamericane, 3 centro-nordamericane e 0 squadre oceaniane. Già da questo dato è evidente una disparità, eppure – dal punto di vista di chi vorrebbe che questo torneo fosse una competizione meritocratica tra le sole nazionali più forti– questo sistema non è abbastanza sbilanciato. Se andiamo a guardare, infatti, il numero di nazionali abbastanza forti da partecipare ad un ipotetico torneo basato esclusivamente sulla qualità delle singole squadre, scopriamo facilmente che le qualificazioni a un mondale di calcio non sono puramente meritocratiche. Se lo fossero, al mondiale parteciperebbero – approssimativamente –  18 squadre europee, 6 sudamericane, 3 africane, 1 asiatica (le cui uniche nazionali appena sufficienti, se si esclude l’Australia che dovrebbe appartenere alla Confederazione oceaniana, sono la Corea del Sud e il Giappone), 1 squadra centro nordamericana, 0 squadre oceaniane (perché l’Australia, appunto, non appartiene alla Confederazione del suo continente). Anche la Champions League, che teoricamente dovrebbe essere un torneo d’élite, in realtà vede nel ruolo di cuscinetto diverse squadre inferiori a tante formazioni che ne rimangono escluse.

L’esultanza di Danilo Gallinari durante la vittoria per 108 a 62 dell’Italia sulle Filippine agli ultimi Mondiali di Pallacanestro.

I Mondiali di Pallacanestro di quest’estate, poi, hanno portato a galla una situazione ancora più squilibrata per quanto riguarda la palla a spicchi: diverse squadre europee di buon livello (Croazia, Ungheria, Slovenia ecc.) – non avendo raggiunto la fase finale – hanno guardato in TV nazionali ben peggiori (Filippine, Giordania, Senegal e via discorrendo) giocare il Mondiale e venire regolarmente distrutte da chiunque.
Tutto ciò, per i meritocratisti, costituisce un’ingiustizia a cui sono applicabili due attenuanti. Un’apertura un po’ più larga del dovuto verso i paesi deboli, innanzitutto, dovrebbe incentivare le federazioni sportive locali più lungimiranti e pazienti a migliorare la diffusione, i fondi e le strutture dello sport in questione, aumentando quindi – sul lungo termine – il numero delle squadre potenzialmente forti e meritevoli: questo, ad esempio,  è quanto è accaduto e sta accadendo alla Francia e – in misura enormemente minore – all’Italia da quando le rispettive nazionali di rugby sono state ammesse al più importante torneo europeo, il 6 Nazioni. Difficilmente una restrizione degli spazi di ammissione delle nazionali deboli gioverebbe al movimento sportivo dei rispettivi paesi. La seconda attenuante è il fatto che è altamente improbabile che una squadra non qualificata alla fase finale di un torneo possa vincere il torneo stesso; questa argomentazione, tuttavia, è un po’ fiacca, per due ragioni: nello sport, si sa, tutto è possibile, specialmente nel calcio, specialmente quando si parla di grandi escluse (ossia di squadre non qualificate ma con una grande tradizione alle spalle, come la nazionale olandese di calcio, rimasta fuori dagli ultimi europei e dagli ultimi mondiali) e specialmente in tornei molto brevi e -per metà- a eliminazione diretta come sono di solito le Coppe del Mondo;  la seconda ragione consiste nel fatto che il percorso compiuto (ossia le squadre affrontate) dalle squadre che durante la competizione puntano ad arrivare in fondo influisce moltissimo sulle loro prestazioni, sulle loro strategie e sulle loro possibilità concrete di conquistare la vetta. 

Le giocatrici cinesi attendono la risposta avversaria durante a partita stravinta contro il Camerun ai Mondiali di Pallavolo terminati il 29 settembre. Nazionali più forti di quella camerunese, che si è comunque battuta con grande tenacia, sono rimaste a casa.

Sebbene sia istintivo e forse giusto lamentare l’assenza di una grande esclusa quando assistiamo a un’eccessiva disparità sui campi da gioco, e sebbene sia altrettanto facile affermare che sulla distanza il far prevalere l’uguaglianza sullo spettacolo puro porti i suoi vantaggi, la questione è ben più complessa e relativa, perché comprende una miriade di tematiche socioeconomiche e morali. Proprio per via di questa sua complicata natura, si capisce, non c’è una risposta esatta, ma solo un esatto compromesso – ancora da trovare – per arrivare a un sistema quanto più possibile giusto

Filippo Minonzio

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