La più grande vergogna occidentale

 Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di lasciare mano libera alla Turchia nel Nord della Siria. Solo due mesi dopo aver chiesto (e ottenuto) ai curdi di ritirarsi dagli avamposti di confine per permettere la creazione di una zona cuscinetto tra il Kurdistan siriano e la Turchia, il governo statunitense ha deciso di ritirare le truppe americane che avrebbero dovuto garantire la sicurezza e la difesa venute a mancare con l’abbandono di quegli avamposti. Annunciando tale provvedimento, Trump ha definito “ridicole” le guerre caratteristiche di quella zona, garantendo che comunque “grazie alla sua grandiosa e impareggiabile saggezza” [sic] avrebbe vigilato su eventuali mosse azzardate della Turchia, punendola – nel caso – distruggendone l’economia (e aggiungendo, macabramente, di averlo già fatto in passato). Contestualmente, nonostante la minaccia economica del presidente americano, il capo di stato turco Erdoğan ha annunciato di aver già dato inizio a una “guerra totale” contro la popolazione curda che abita presso il confine turco-siriano, le cui forze armate controllano diverse zone nel Nord della Siria. I carri armati hanno varcato la frontiera e i bombardamenti stanno continuando incessanti da giorni. L’obiettivo geografico non è stato meglio precisato, ma l’obiettivo ultimo sembrerebbe proprio quello di cancellare l’etnia curda da tutta la zona di confine tra Turchia orientale e Siria e dalla più larga fetta di Medioriente controllabile, non solo con la guerra ma anche con la sostituzione etnica, diluendo i curdi che potrebbero sopravvivere nell’enorme massa di rifugiati che Erdoğan – creando il più grande campo profughi del mondo – vorrebbe collocare proprio in quella zona.

Combattenti dell’YPJ (Yekîneyên Parastina Jin, che tradotto dal curdo significa Unità di Protezione delle Donne), la milizia femminile curda. Fonte: retekurdistan.it

Né dalle dichiarazioni Trump, che nel frattempo ha anche affermato che i curdi non hanno mai aiutato gli USA nelle loro guerre – argomentando tale errata affermazione domandando dove fossero i curdi quando l’esercito alleato sbarcava in Normandia per combattere i nazisti (…) – né dalle dichiarazioni di Erdoğan è risultato chiaramente fin dove vorrebbero spingersi l’esercito turco e i suoi alleati siriani. Se dovessero inoltrarsi oltre il nord est e smantellare gli enormi campi profughi della regione, sarebbe un problema ancora più grande di quello che sembra: tra quei profughi, infatti, ci sono migliaia di familiari di miliziani dell’ISIS. Lo Stato islamico, infatti, è ben lungi dall’essere sconfitto. L’offensiva curdo-occidentale ha in effetti eliminato il Califfato vero e proprio, ma non l’organizzazione. Come spiegato dal Post, negli ultimi tempi diverse cellule mai del tutto annientate si sarebbero riattivate e con loro si sarebbe rimessa in moto anche la rete di finanziamenti; conseguentemente, sarebbe anche iniziata una nuova campagna di reclutamento, che avrebbe avuto uno dei suoi centri nevralgici proprio campi profughi che sono per ora gestiti dai curdi siriani, ma il cui destino è incerto in caso di conquista turca. È molto probabile, inoltre, che ci siano tantissimi altri miliziani ISIS temporaneamente silenziosi, pronti a riprendere le armi all’arrivo di nuovi ordini. Va da sé che le forze armate curde, la milizia mista YPG e quella femminile YPJ, per difendersi dall’attacco turco – già cominciato per aria e per terra – sarebbero costretti a dirigersi in massa verso nord, lasciando più spazi a eventuali acceleramenti della ripresa propagandistica e militare dell’ISIS.

Lorenzo “Orso” Orsetti, nome di battaglia Tekoşer, volontario fiorentino che ha militato a lungo nell’YPG: è caduto martire il 18 marzo 2019 presso Baghouz, Siria.

 Le forze armate curde di cui sopra, non fa mai male ricordarlo, sono lo stesse che hanno combattuto l’ISIS dal primo giorno, le stesse che durante questa lotta cruciale si sono dovute difendere anche dalla Turchia e dai suoi alleati mediorientali. Quei curdi sono gli stessi che nonostante il continuo e lancinante impegno bellico hanno trovato il tempo e la volontà di portare avanti nella pratica ideali così democratici ed egualitari da risultare molto più avanzati di quelli che permeano le nostre istituzioni, gli stessi che hanno riconquistato Kobane facendo ripartire la resistenza da un singolo isolato, gli stessi che hanno strappato allo Stato islamico territori e città lottando centimetro per centimetro, gli stessi che – per fare tutto questo – hanno pagato “un altissimo tributo di sangue”. Tutto ciò accadeva e accade mentre nei salotti televisivi e dagli scranni parlamentari i politici occidentali proclamavano la guerra senza quartiere allo Stato islamico, scendendo in campo – in realtà – in ritardo e maldestramente; mentre il governo turco – nostro alleato in quanto membro della NATO – portava avanti la persecuzione della minoranza curda, costringendo gli alleati a inserire il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nelle liste del terrorismo internazionale, attribuendo ad esso malefatte innominabili, bombardando senza scrupoli i villaggi civili nelle vicinanze delle basi PKK sui monti Qandil e arrestando, uccidendo e massacrando chiunque nutrisse o fosse accusato di nutrire vicinanza o simpatia alla causa curda. Mentre le forze armate curde combattevano l’IS salvando la pelle a milioni di individui e la faccia al mondo intero, nella totale indifferenza occidentale l’esercito turco aiutava quello stesso Stato islamico acerrimo nemico dei suoi alleati NATO (noi) in ogni modo possibile: fornendogli armi, fondi e risorse, lasciando valicare liberamente il confine ai suoi militanti, sostenendolo militarmente nelle azioni anti-curde, semplicemente non combattendolo e in svariati altri modi. Adesso le maggiori speranze curde sono riposte nella tenuta dell’FDS (Forze Democratiche Siriane), l’alleanza tra milizie curde, arabe, assiro-siriache, turcomanne, cecene e armene che al giorno d’oggi dovrebbe contare circa 100 mila combattenti. Ma potrebbe non bastare. Un’altra opzione – ormai sul punto di concretizzarsi – è un accordo con Assad (e quindi con l’esercito regolare siriano), sotto il cui governo la discriminazione verso i curdi era legge e che anche stavolta ha posto condizioni durissime per il proprio appoggio militare, ma che ora potrebbe rivelarsi un alleato indispensabile. Indispensabile perché, lo ripetiamo, i governi occidentali hanno deciso di lasciarli soli. L’Unione Europea è sempre stata morbida con la Turchia, nonostante la miriade di mosse antidemocratiche e spesso fondamentaliste e dittatoriali di Erdoğan, perché quest’ultimo ha sempre minacciato (e ha rinnovato l’intimidazione in questi giorni) di aprire le famigerate frontiere sull’Europa in caso di intromissione, frontiere che verrebbero così varcate da milioni di disperati. Dopo gli annunci di Trump alcuni Stati hanno chiesto di riunire d’urgenza il Consiglio di sicurezza dell’ONU, ma non si sa cosa accadrà e – intanto – la Turchia è giorni che bombarda le città, spara sulle ambulanze e uccide nei modi più svariati.

La rovine di Afrin (Siria) dopo uno dei bombardamenti perpetrati dalla Turchia per strappare il controllo della città ai curdi (l’eroica resistenza curda è stata sconfitta nel marzo 2018, dopo due mesi di battaglia). Fonte: Osservatorio Balcani

 Nel corso della storia, spesso grigia e ambigua, si è verificata molto raramente una situazione in cui fosse così cristallinamente chiaro chi fossero i buoni e chi i cattivi. Da che parte stesse il male e da quale il bene. Sembrano concetti vaghi, naïf, quasi infantili, buoni solo per i fantasy teen-adult. Non è così. Sono la base di quella civiltà di cui ci vantiamo di essere i massimi e più progrediti intenditori.

 Non combattere una guerra giusta è cosa disdicevole. Punire con l’accusa di terrorismo e la sorveglianza speciale chi è andato o ha provato ad andare a combattere quella guerra è disgustoso. Tradire, lasciare soli nel momento di massimo bisogno quelli che hanno combattuto per grandissima parte una guerra il cui cattivo esito sarebbe stato pagato caro dal mondo intero, tuttavia, appartiene a un livello di gravità del tutto nuovo: è una delle decisioni più disumane e vergognose che uno Stato possa prendere. Se anche questa volta alle parole di ben educata disapprovazione non verrà accompagnata una seria presa di posizione e una conseguente azione sul campo, quale fiducia dovremmo conservare nelle nostre istituzioni nazionali e internazionali, sovranazionali e non, governative e non? Perché quale scopo, per i nostri Stati, è più importante ed essenziale della difesa dei buoni?

Filippo Minonzio

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