L’arresto del figlio di El Chapo: come il cartello di Sinaloa diventa intoccabile

Il mito di “El Chapo”
La storia di Joaquìn Guzmàn Lopez, passato alla storia con il nome di El Chapo, è nota a tutti. Altrettanto nota è la sua spettacolare evasione, avvenuta nel 2014, dal carcere di massima sicurezza “Altopiano”, ideato e costruito appositamente per includere criminali del suo calibro, evasione grazie alla quale ottiene il titolo “narcotrafficante più pericoloso del mondo”, nonché il più ricco. Il trascorso delle sue attività di imprenditoria criminale ha fatto si che guadagnasse l’impressionante cifra di 14 miliardi di dollari e il 25° posto nella lista degli uomini più ricchi al mondo stilata da Forbes. Che lo si voglia o meno, il più famoso trafficante della storia è entrato di diritto nella cultura popolare moderna, tanto da aver ispirato documentari e show televisivi che narrano la creazione di quell’impero del narcotraffico che risponde al nome di Cartello di Sinaloa. Nonostante l’evasione, la carriera criminale di Guzmàn si conclude con la definitiva sentenza dello scorso luglio, che lo condanna a scontare l’ergastolo nel più duro carcere di massima sicurezza che gli Stati Uniti possano offrire.

“El Raton”
Una storia più recente e meno conosciuta riguarda uno dei figli di El Chapo, Ovidio Guzmàn Lopez, conosciuto come “El Raton”, figlio del secondo matrimonio e erede al trono, insieme ai due fratelli, dell’organizzazione del padre.

L’arresto
Sono le 15:30 del 18 ottobre quando una squadra della Guardia Nazionale durante un pattugliamento nella città di Culiacan, capitale dello Stato di Sinaloa, riceve diversi colpi di arma da fuoco provenienti da un’abitazione. I militari rispondono al fuoco ed irrompono identificando Ovidio, da tempo ricercato, tra gli aggressori.

L’incursione del clan nella capitale
Nel momento in cui sono scattate le manette e la voce dell’arresto ha iniziato a diffondersi, i cittadini della capitale hanno visto la propria città messa a ferro e fuoco dagli scagnozzi del clan. In poche ore infatti, in migliaia tra gli affiliati dell’organizzazione sono giunti nelle strade di Culiacan per rivendicare la libertà del boss, sparando all’impazzata all’indirizzo delle abitazioni, dando alle fiamme decine di veicoli e scatenando il panico generale. Una vera e propria guerriglia ha scosso la capitale fino alla mezzanotte, seguita dal tragico, ma inevitabile, bilancio riportante 8 morti ed una ventina di feriti.

La risposta governativa
Dopo questa schiacciante dimostrazione di forza del cartello, il governo messicano si è visto costretto a mandare l’ordine alla pattuglia, ancora assediata nella casa dove è avvenuto l’arresto, di rilasciare Guzmàn, nel tentativo di “evitare di mettere in pericolo la vita delle persone”, come ha spiegato l’impotente presidente messicano Obrador, che ha sorvolato sui dettagli della situazione, lasciando a bocca aperta la stampa locale con la decisione di rimettere a piede libero il capo di una delle più temibili organizzazioni criminali al mondo. 

Difficile giudicare l’operato del governo messicano alla luce del braccio di ferro dei narcotrafficanti, ma è impossibile invece negare la realtà dei fatti: un impero criminale come quello appartenente alla famiglia Guzmàn, così profondamente legato alla cultura del proprio territorio (tanto da esserne parte integrante), non permette a nessuno di venire scalfito, nemmeno nel caso in cui debba entrare in azione l’esercito federale. I primi a fare i conti con questa amara constatazione saranno stati proprio quegli agenti che, poche ore dopo averlo ammanettato, hanno visto “El Raton” andarsene via vittorioso, scortato dai suoi uomini e pronto a godersi di nuovo quella libertà che, in quella mezza giornata, non ha mai avuto paura di perdere.

Antonio Ruggiero

 

 

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