Le donne di Kabul

L’Afghanistan è un paese difficile, con una storia complessa, e soprattutto è complicato provare a descrivere in poche parole i passaggi che hanno portato alla situazione attuale, che mi venga perdonata l’approssimazione e l’azzardo del voler ridurre a poche righe una questione così ampia.

Le prime agitazioni in Afghanistan iniziano nel 1978 con il colpo di stato comunista che porta alla creazione della Repubblica Democratica dell’Afghanistan. Affiliata ideologicamente e militarmente alla Russia, la repubblica termina nel 1992, gettando il paese in una guerra civile che tutt’ora perdura. In questo scenario, i talebani, gruppo di fondamentalisti islamici, hanno preso il comando instaurando un rigido regime teocratico con una applicazione della legge coranica estremamente ortodossa. Il loro regime durò dal 1996 al 2001, furono sbaragliati dalla NATO, ma la loro presenza sul territorio non ha mai smesso di farsi sentire.

Durante il governo dei talebani le donne vivevano un totale annichilimento, erano considerate non più di un oggetto atto alla riproduzione, erano costrette a indossare il burqa, se anche solo una parte del loro corpo era scoperta venivano lapidate o frustate in pubblica piazza. Totalmente dipendenti dal marito o dal padre se nubili, non potevano lavorare, studiare o uscire non accompagnate: conseguentemente erano obbligate a subire ogni tipo di violenza e sopruso perché se possibile fuori da casa la loro vita sarebbe stata peggiore.
Nonostante siano passati quasi vent’anni dalla caduta ufficiale dei talebani, la guerra civile all’interno del paese non è mai veramente finita e le donne stanno faticando molto a riprendersi un loro spazio nella società. L’emancipazione è un processo che non può essere imposto, cambiare usi e costumi radicati in una cultura è molto complesso, attualmente in Afghanistan il 27% dei parlamentari è composto da donne e il 25% della popolazione femminile è alfabetizzata. Nonostante per noi siano dei numeri bassi in questo paese rappresentano una grande conquista.
Nelle grandi città come Kabul o Herat le donne godono di maggior libertà rispetto alle zone rurali che continuano ad essere sotto il giogo di gruppi talebani, ma il confronto con le vecchie generazioni è spesso violento: le ragazze vengono insultate e sgridate per strada se viste vestite all’occidentale o se vengono viste parlare con degli uomini. L’unico posto i cui si sentono libere di esprimersi e lontane dal giudizio degli altri sono i bar presenti nella capitale, sovente gestiti da altre donne, e che rappresentano il simbolo di questa lotta all’emancipazione che pare senza fine in questo momento in cui si parla di pace tra Stati Uniti e Taliban e in cui ci si chiede se i diritti delle donne saranno un argomento che verrà tenuto in considerazione.

Farahnaz Forotan, una giornalista di 26 anni, ha lanciato a questo proposito un hashtag, #myredline, oltre a tante altre iniziative sociali, per spingere le donne a continuare a lottare per i loro diritti. A Kabul i bar sono considerati importanti per la popolazione femminile perché rappresentano l’unica isola di libertà in una società che fatica ad andare avanti e continua ad essere legata a vecchie tradizioni, dove l’impostazione patriarcale della società non sembra crollare, dove esistono i matrimoni combinati e spose bambine, la donna continua ad essere una proprietà e merce di scambio.
Il futuro di questo paese e delle donne che ci vivono è un’incognita. Noi però possiamo, nel nostro piccolo, dare loro un sostegno, sia attraverso la diffusione d’informazioni e consapevolezza della delicata situazione sociopolitica, sia donando e lavorando con le associazioni italiane che lavorano sul territorio come C.I.S.D.A  (Coordinamento Sostegno Donne Afghane Onlus) e Pangea Onlus, che si occupa di sviluppo ed emancipazione della donna attraverso il microcredito e progetti a lungo termine anche in Afghanistan.

Beatrice Maschio

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