Alda Merini, tra genio e follia

“Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno…. per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”.

    Alda Merini

A dieci anni esatti dalla sua morte vogliamo ricordare una delle maggiori poetesse del 900, capace di trasformare la sua tormentata vita in poesia, e di restituirci sotto forma di versi amore e sofferenza, bellezza e malattia, passione e manicomio. 

 “Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle/ aprire le zolle/ potesse scatenar tempesta.  Sono nata a Milano il 21 marzo 1931, a casa mia, in via Mangone, a Porta Genova: era una zona nuova ai tempi, di mezze persone, alcune un po’ eleganti altre no. Poi la mia casa è stata distrutta dalle bombe. Noi eravamo sotto, nel rifugio, durante un coprifuoco; siamo tornati su e non c’era più niente, solo macerie.” 

Milanese doc, Alda Merini nasce il 21 marzo 1931, giorno in cui, dal 1999, si celebrerà la giornata mondiale della poesia. Dimostra fin da piccola una propensione per il mondo letterario, ma si ritrova a dover affrontare con la sua famiglia l’esperienza della seconda guerra mondiale (esperienza che probabilmente non riuscirà a superare del tutto) e la conseguente fuga a Vercelli. Finita la guerra ritorna a Milano per proseguire gli studi e tenta invano di accedere al Liceo Manzoni, ma non supera la prova di italiano. La sua carriera ha inizio alla tenera età di quindici anni grazie all’occhio attento di Giacinto Spagnoletti, che dedicherà alla giovane poetessa una recensione positiva sui suoi primi versi. 

Ma cosa fa di Alda Merini, ancora oggi, una penna pungente e armoniosa? Probabilmente la sua stessa esistenza. 

Nel 1953 sposa Ettore Carniti da cui avrà quattro figlie. La fine degli anni cinquanta rappresenta l’inizio di una fase delicata della sua vita: la poetessa milanese vive frequenti e duraturi periodi di internamento manicomiale tra Milano e Taranto (terra natale del suo secondo marito, Michele Perri), che la portano a vivere lontana dalla famiglia perché considerata pazza. Sono momenti delicati che lei stessa ripercorrerà nelle sue poesie, in particolar modo nella raccolta La Terra Santa e che termineranno nel 1979. 

Il 1986 è l’anno della rinascita di Alda Merini. Ritornata all’ombra del suo Naviglio, con l’immancabile sigaretta in mano e la collana di perle al collo, ricomincia a scrivere e iniziano a susseguirsi i primi successi professionali. Ma sono soprattutto gli anni in cui, a seguito della lunga battaglia con la sua fragilità esistenziale e con le ombre oscure della sua vita, ritorna a vedere la luce. Nonostante il sempre maggiore successo, continua a vivere nella sua piccola casa milanese che diviene rifugio per artisti e barboni, tra pareti utilizzate come fogli e pavimenti simili ad un mosaico di sigarette.  Nel 1993 vince il premio Librex Montale con La Terra Santa, incentrata proprio sull’esperienza manicomiale paragonata metaforicamente alla Terra Santa biblica, i cui versi musicali ed equilibrati la consacreranno tra i grandi della poesia al pari di Caproni, Bertolucci, Zanzotto. Nel 2007 con Alda e Io- Favole vince il premio Elsa Morante ragazzi. Riceve inoltre una laurea honoris causa in “Teorie della comunicazione e dei linguaggi” dall’Università di Messina.

Alda Merini è la poetessa dei vinti, degli emarginati schiacciati dalla società. Alda Merini è la poetessa dall’animo sensibile che prova a resistere alla vita attraverso le sue parole, perché infondo “La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice”.  Perché leggere Alda Merini? Per imparare a non mollare, per trovare il coraggio. Perché è un esempio di donna complessa e completa. Per trovare risposte ai problemi della nostra vita. Per confrontarci con una donna che ha amato e per questo ha pagato, ma non si è mai arresa.  Per conoscere meglio chi ha fatto della poesia una ragione di vita. 

Se la mia poesia mi abbandonasse come polvere o vento, se io non potessi più cantare, come polvere o vento, io cadrei a terra sconfitta trafitta forse come la farfalla e in cerca della polvere d’oro morirei sopra una lampadina accesa, se la mia poesia non fosse come una gruccia che tiene su uno scheletro tremante, cadrei a terra come un cadavere che l’amore ha sconfitto.

 

In occasione del decennale della morte, la città di Milano dedica alla sua poetessa una serie di mostre e di incontri fino al 18 novembre, oltre all’intitolazione di un ponte sul suo Naviglio. Doveste trovarvi in zona, non fatevelo scappare. 

Fabiana Brio

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