“L’ospite”: l’anatomia del male

Due occhi grandi e ammiccanti, l’intelligenza frizzante trapela dal sorriso: ha 19 anni Margherita Nani, la scrittrice del romanzo L’ospite, invitata al “Circolo dei lettori” qui a Torino. L’incontro era presenziato dalla docente di Letterature Comparate Chiara Lombardi, l’insegnante palermitana Clotilde Bertoni e il filosofo Alberto Voltolini.

Siamo in Brasile, è il 1955 quando uno straniero squarcia la patina della calura appiccicosa. Pia ne rimane subito affascinata fin dal primo istante, anche se non può sapere che si tratta di Mengele, “l’angelo della morte”, che ad Auschwitz aveva perpetrato l’abominio compiendo esperimenti sui deportati.

Il rapporto tra storia e finzione è stato fin dagli albori un elemento indispensabile del narrare. Il vero motore della catena di eventi che intesse il passato infatti sono le passioni, ma tuffarsi tra fredde e noiose date è stato da sempre il supplizio della maggior parte degli studenti. Al contrario, una strana sensazione, un’avidità pruriginosa aveva invaso le giornate di Margherita, quando, a 16 anni, decise che forse tra le pieghe del tempo c’era qualcosa di affascinante. Perché la storia è fatta anche di spazi vuoti, oblii che difficilmente possono essere colmati: sono le voci sepolte dei dimenticati che lottano per venire alla luce.

È così che inizia una vorace ricerca tra archivi e documenti ingialliti, che fornivano abbozzi cangianti del famigerato Mengele.

“Le testimonianze erano tutte molto diverse tra loro. E allora ho capito di avere carta bianca, uno spazio dove lasciar fluire l’immaginazione.” Con pennellate vivide la penna scandisce le ore impigrite del caldo brasiliano, ci trascina tra le raffiche algide nella sterilità di Auschwitz. “Mi aveva colpito molto il fatto che fosse un dottore, che avesse studiato, proprio come me; che avrebbe dovuto applicare la sua scienza per salvare delle vite”.

Il personaggio di Pia intaccherà la scorza spessa dell’”ospite”; è come uno scrigno capiente dove Margherita ha riversato tutto il suo fervore, i suoi dubbi. Ma è solo un escamotage, il punto di non ritorno: l’innocenza disarmante che stride con la perversione pura, perché Mengele non cambia e non si redime.

“E’ un romanzo speciale”, afferma Clotilde Bertoni, “in un panorama letterario dove vige il romanzo storico con le sue trame avvincenti, L’ospite spicca e lascia spiazzati”. Non viene scelta la strada più comoda e toccante, focalizzandosi sui deboli, sulle bocche spalancate che il tempo ha zittito; i personaggi sono poliedrici, fatti di Bene e Male, reali.

“La domanda più comune che mi è stata fatta era quale fosse la mia interpretazione di questo Male. Il perché tutto ciò sia accaduto” dice l’autrice, “ma questo non è un libro che vuole dare delle risposte certe. Lascia degli spunti di riflessione senza dare conclusioni definitive.”

“Non mi sono focalizzata sulla violenza degli esperimenti per mantenere un certo pudore nei confronti dei sopravvissuti”.

Su un “double plot” tutto shakespeariano stridono due mondi agli antipodi in un rompicapo di flashback che si snoda tra i meandri di una mente contorta, nella natura del suo odio, ma sull’impossibilità di scavare a fondo.

Ma i tizzoni delle passioni umane si erano spenti presto. L’odio come l’amore non lo sconvolgeva, non gli scalpitava dentro come un’energia; però gli illuminava la mente. L’odio si trasformò nella raffinata tecnica di comprendere l’altro così profondamente da poter tracciare un prospetto dei suoi punti deboli. Provò il desiderio di individuare in ogni mappa la città più vulnerabile. Desiderio che divenne presto quello di individuare in ogni corpo i nervi che più facevano soffrire.

(estratto de L’ospite letto da Chiara Lombardi durante l’incontro)

Arianna Guidotto

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