Uncanny Valley – Quando la realtà non è ciò che sembra

Il volto è ciò che ci contraddistingue gli uni dagli altri, e sebbene vi siano alcuni che sostengono che ciascuno abbia sei sosia nel mondo, la nostra faccia è la più antica e valida forma di riconoscimento. Inoltre, l’importanza dell’immagine di ciascuno di noi sta aumentando esponenzialmente negli ultimi anni: basti pensare a tutta la questione dei deepfake (di cui la nostra Ilaria Cavallo aveva già parlato QUI), che stanno facendo vacillare anche l’antico detto del “se non vedo, non credo”. Fortunatamente, di fronte alla manipolazione della realtà e a volti sempre nuovi il nostro cervello ha ancora un’arma di difesa: l’uncanny valley.

Il concetto di “uncanny valley” (lett. valle perturbante) è stato ideato nel 1970 da un ricercatore giapponese, Masahiro Mori, che osservò come al crescere della verosimiglianza di un volto di un robot con uno umano, aumentava anche l’empatia e la simpatia verso l’automa, fino ad arrivare a un punto in cui l’empatia crollava bruscamente per lasciare spazio alla repulsione. Sempre secondo Mori, l’empatia tornava a crescere nuovamente man mano che i robot divenivano sempre più umani.
Dal punto di vista grafico si può immaginare come una retta che sale al crescere della somiglianza, per poi crollare bruscamente e tornare a risalire altrettanto velocemente.

Per fare un esempio, quale dei due robot vorreste in casa?

Lo stesso fenomeno si può incontrare anche nella CGI: quante volte è successo, durante un film, di vedere un volto, sicuramente fotorealistico (dato che la tecnologia di oggi ci permette livelli di dettaglio inimmaginabili pochi anni fa), ma con qualcosa di strano. Ad esempio, nel film Rogue One, spin off di Star Wars del 2016, viene mostrato il volto di una giovane principessa Leia che da un lato fa gridare al miracolo per aver fatto ringiovanire la compianta Carrie Fisher, ma dall’altro fa storcere il naso perché fa provare una strana sensazione di disagio. Altro esempio, ancora più famoso, ci riporta alla battaglia tra Neo e centinaia di agenti Smith in Matrix Reloaded: l’intera sequenza mescola momenti ripresi in presa diretta con ciak – dolorosamente palesi – interamente ricreati al computer, che distraggono l’attenzione dello spettatore.

L’uncanny valley all’opera. Tutti questi volti sono ricreati in CGI. Qualcosa non quadra…

Nonostante molti abbiano sostenuto per lungo periodo che il fenomeno dell’uncanny valley fosse pseudoscienza, oggi la teoria sta vivendo un momento di grande popolarità, anche dovuta al fatto che siamo costantemente tempestati da immagini di volti fittizi (pensiamo agli effetti speciali, realtà virtuale, robotica…). E sebbene il fotorealismo e la verosimiglianza siano sempre più comuni, bisogna ancora fare molta strada prima di poter ingannare il miglior detector: il nostro cervello.
Che sia la mancanza di espressività, un dettaglio, un difetto, qualcosa di inafferrabile, il cervello percepisce sempre che qualcosa non quadra, allertandoci che quella che stiamo guardando non è la realtà. Finché questo meccanismo funziona, abbiamo una difesa contro la mistificazione del mondo. Ma per quanto ancora?

Luca Negro

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