Tarantino is back!

Once upon a time in… Hollywood.

Inquadrature ravvicinate che analizzano pori, cicatrici, pieghe sui volti. Sguardi lunghi e penetranti, che perforano lo schermo con noncuranza. La cinepresa si appiccica ai respiri fino ad amalgamare il nostro allo stesso ritmo.

È così che Tarantino sciorina il suo canto del cigno, il nono film; una trama che s’intesse sui cocci del passato: è l’anno 1969 quando Sharon Tate, moglie di Roman Polański venne brutalmente uccisa dalla “Famiglia”, la folle setta di Charles Manson. Capelli lunghi che ricordano il Cristo nel quale giovane si identifica, onnipotente e spietato. Innamorato dei Beatles, s’ispira ad un loro testo per ideare la sua teoria: una missione dalle stesse tonalità rosso-brune del sangue che portò alla strage di Bel Air.

(Margot Robbie nei panni di Sharon Tate)

Ma non è solo di questo che tratta l’opera di Tarantino, o almeno lo fa nel suo modo irriverente. Con il fiato mozzo restiamo annichiliti dalla cinecamera che segue lenta e invadente le gambe della Tate interpretata dalla radiosa Margot Robbie. La osserviamo e aspiriamo già l’odore stantio di morte. È una sensazione fastidiosa che permea l’intero film, un’aurea di putrefazione incastrata ai movimenti di macchina e ad ogni stacco; è il sentore di pericolo che ci fa sudare freddo e ingoiare i battiti.

(Brad Pitt in una scena del film nei panni dello stuntman Cliff Booth)

Il cast è sufficiente a giustificare i gridolini euforici del pubblico in sala. A spiccare è la fragilità celata goffamente dietro un paio di occhiali da sole e troppe sigarette: Di Caprio è Rick Dalton, un attore in preda ad una crisi interiore; è spalleggiato dall’inseparabile e sbruffone Cliff Booth (Brad Pitt), il suo stuntman. Insieme formano una coppia spassosa pur mantenendo ognuno il proprio segno distintivo: un baluginio sugli occhi che come una porta ci permette di guardare dentro e carpirne i trasalimenti interiori. Qualsiasi dialogo di troppo sciuperebbe questo climax perfettamente equilibrato.

Perché “C’era una volta a… Hollywood”? È un tuffo in sapori, sensazioni dolci-amare che solo un album di ricordi può regalarci. Un gioco di scatole cinesi, citazioni di citazioni, la dissacrazione dei miti e della realtà stessa.

Cala il buio in sala: inizia un viaggio nel tempo che odora di pellicole, proiettori, polvere da sparo e un bel piatto di pasta al pomodoro; ingredienti fondamentali della storia del cinema.

E anche stavolta Tarantino riesce a sviscerare perfino il sadismo più recondito, le risate anche tra spruzzi di sangue messi al punto giusto. È incredibile la potenza della cattiveria umana che sgorga con tanta facilità; lo spettatore non potrà fare a meno di ai gioire durante le scene più crude.

Un ultimo consiglio ai cinefili: informatevi il più dettagliatamente possibile sul caso Manson e lasciate che la trama si slacci e si rivolti a suo piacimento, come una marionetta manovrata da un bambino che si diverte ad inscenare assurdità per il semplice gusto di farlo.

“Il cinema può piegare la realtà e renderla più bella di ciò che è realmente.”

Quentin Tarantino

Arianna Guidotto

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