Una gangster story vecchia scuola. Recensione di The Irishman

“I heard you paint houses”. Sono queste le parole in codice con cui si riconosce se chi abbiamo davanti fa parte del giro della malavita americana di una volta, quella vecchia scuola. La stessa vecchia scuola a cui appartiene l’ultima fatica di Martin Scorsese che stride con il restante catalogo della piattaforma streaming su cui è stato lanciato, ma fa anche ben sperare. Che un colosso come Netflix, il quale nel suo parco titoli propone una quantità smisurata di pellicole accomunate da una quasi sempre presente leggerezza e facilità nella comprensione, creda in un progetto come quello di The Irishman è appurato. Nonostante uno sviluppo travagliato, avviatosi dopo che l’idea originale alla base del film è stata custodita gelosamente da Scorsese per ben 9 anni, non vi è dubbio che l’esperimento di riportare in auge un genere, con i suoi ritmi peculiari, che era stato dato per morto e inadatto ai tempi correnti, sia riuscito in modo brillante. Inutile dire che il budget fornito da Netflix (una cifra che si aggira intorno ai 160 milioni di dollari) e l’assistenza di avanzate tecnologie digitali (“de-aging ” in primis, grazie al quale sono state rese possibili le sequenze del passato usando gli stessi attori, ma in versione ringiovanita) sono state assolutamente fondamentali per il confezionamento di un nuovo, indiscutibile classico della settima arte.

Il filo conduttore di ciò che vediamo a schermo è un vecchio Frank Sheeran, protagonista della storia impersonato da un Robert De Niro che, con la sua interpretazione si riconferma leggenda vivente del cinema contemporaneo. Ormai anziano e recluso in una casa di riposo, l’uomo che nel giro è conosciuto come l’Irlandese, racconta la sua storia tramite il ricordo di un ultimo viaggio con il suo mentore Russ Bufalino e le rispettive mogli. Quest’ultimo, capo della controparte americana di Cosa Nostra e figura guida per il protagonista ha le fattezze di un magistrale ed impeccabile Joe Pesci. L’attore, di cui era noto il ritiro dai riflettori e dalla professione, ha accettato la parte proprio a seguito di una personale richiesta del regista, a conferma dell’intento di quest’ ultimo di “voler girare un film con i miei amici”. Il viaggio in auto, con le fermate previste, farà da costante richiamo per i momenti più importanti che hanno permesso a Frank, inizialmente un veterano della seconda guerra mondiale che ha trovato lavoro come autista in una ditta di trasporti, di entrare nelle grazie delle più alte sfere della malavita italo-americana, tra le quali è presente lo storico sindacalista Jimmy Hoffa, che in Al Pacino ha trovato il suo interprete perfetto.

In The Irishman si vive uno spaccato di storia americana (di cui momento cardine è l’elezione del presidente Kennedy, mai accettata da alcuni dei protagonisti) attraverso gli occhi disincantati di Frank, dove il sogno americano viene sostituito dalla scalata al potere, scandito inesorabilmente dalle leggi intransigenti degli uomini d’onore. Scorsese ha comunque l’accortezza di non di eroicizzare i protagonisti: ogni personaggio secondario che si incontra è accompagnato dal suo necrologio, prova evidente che nessuno è esente dalle spietate regole malavitose.

“It is what it is” è la sentenza, che ritroviamo più volte nel corso della pellicola, pronunciata dall’ impenetrabile Russ Bufalino che esprime a pieno la mentalità insita in quegli uomini che costituiscono la versione oscura del self-made man americano. Una filosofia macabra, fredda ed estremamente calcolatrice, che pone come divieto assoluto il riporre fiducia anche in chi si considera socio e ad attendersi l’arrivo improvviso della morte da un momento all’altro, proveniente magari proprio da chi, fino all’ultimo, era un fidato amico.

“The Irishman” e il suo creatore, provengono da una scuola di pensiero che fa del non essere al passo con i tempi un pregio, ed è proprio nella sua appartenenza ad  un cinema che si prende i suoi tempi anche sul versante fotografico, con magistrali scelte di inquadrature (marchio di fabbrica di Scorsese) che risalgono direttamente ai tempi di “GoodFellas”, che si trova il suo punto di forza. Martin Scorsese, dall’alto dei suoi 77 anni di esperienza, confeziona un prodotto decisamente purista che stride con la maggior parte della produzione cinematografica odierna e proprio per questo divide in due gli spettatori che, dopo uno spettacolo di 209 minuti, si trovano a contemplare una gangster story vecchio stile, dagli argomenti agli attori coinvolti, che trova parte della sua bellezza nel distinguersi dalle tipiche produzioni contemporanee.

Antonio Ruggiero

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