La disfatta del Milan spiegata ai profani

Se di solito sono le domande sulle relazioni sentimentali, sul lavoro o sullo studio le più temute dai parenti di tutto il mondo, questo Natale per i tifosi milanisti c’è stata una domanda più critica delle altre: “Allora, questo Milan cosa ci combina?”. Per molti è arrivata puntualissima, spesso accompagnata da prese in giro o – ancora peggio – da parole di pietà e di patetica compassione per i nefasti destini di un gloriosissimo club. 

Iličič e Gómez, mattatori della partita, si scambiano sguardi di affetto, reciproca stima e sincera riconoscenza.

A un livello meno particolare, tuttavia, le feste hanno contribuito a distogliere l’attenzione mediatica dalla sconfitta subita dai rossoneri il 22 dicembre, la peggiore negli ultimi 21 anni, per mano di un avversario che fino a pochi anni fa non era considerato neanche lontanamente di pari livello. Peccato che in questi anni, mentre la società rossonera sguazzava tra i guai economici e i ricordi dei trofei del passato, il suddetto avversario – l’Atalanta – si preoccupava di spendere in modo intelligente, di sviluppare uno dei migliori settori giovanili del mondo e di affidare le proprie finanze a persone competenti. Insomma, senza fretta ma con molta determinazione l’Atalanta gestiva – e gestisce – in modo certosino il proprio patrimonio monetario e umano, coltivando con cura giovani talenti, vendendo alcuni dei suoi pezzi più pregiati e reinvestendo con grande saggezza i tanti milioni incassati in tal modo. Nel frattempo, il Milan cambiava diverse proprietà, spendeva male e giocava peggio, intuendo talvolta qualche acquisto azzeccato e vincendo una Supercoppa (dio sa come) contro la corazzata juventina. 

Marko Pašalić, che tirò il rigore decisivo in quella Supercoppa, è ora all’Atalanta e ha sfornato una prestazione sublime contro il Milan, mentre diversi gioielli atalantini hanno fatto il percorso inverso. “Per colpa o per destino”, come cantava il poeta, a quanti hanno deciso di infossare la casacca del Diavolo non è sempre andata bene: ad aprire le danze fu Giacomo Bonaventura nel 2014 – comprato nelle ultime ore di mercato per pochi milioni – che con modestia, costanza e prestazioni superbe si è guadagnato i titoli di perno della squadra e idolo dei tifosi. Tre anni dopo, nella folle estate del 2017, arrivarono due giovani molto promettenti, reduci da una stagione da protagonisti della squadra-rivelazione del campionato appena terminato. Per comprare Andre Conti e Franck Kessié il Milan mise 52 milioni nelle tasche dell’Atalanta. L’avventura milanista del primo fu immediatamente segnata da due infortuni devastanti e da una miriade di altri guai fisici minori, quella del secondo da una totale assenza di miglioramenti e da un gran numero di passaggi, controlli e atteggiamenti sbagliati. Ciononostante, avendo il primo recuperato dagli infortuni e il secondo guadagnatosi un posto fisso grazie alle doti atletiche, erano entrambi titolari nel 5 a 0 dell’ultima giornata di Serie A. Conti, in particolare, è stato autore di una partita pessima, testimoniata dal fatto che diverse delle azioni decisive dell’Atalanta sono partite dalla zona di campo da lui presidiata in modo assolutamente insufficiente. Alla sua scadente prestazione, tuttavia hanno contribuito in larga parte Suso (inconsistente in fase difensiva come in quella offensiva) e il compagno di viaggio Kessié, più svogliato e inaffidabile che mai. 

È vero, il Milan è allo sbando e l’Atalanta è una squadra e una società eccellente, ma tra le due rose e tra i due allenatori non c’è tutto il divario che un 5 a 0 potrebbe suggerire. Il Milan, prima di questa partita, stava vivendo un momento positivo, soprattutto se paragonato a tutte le altre fasi delle stazioni: Bonaventura, tornato nell’undici titolare dopo una lunghissima degenza, aveva subito mostrato a tutti perché considerato uno dei più concreti e creativi centrocampisti italiani; lo stesso Conti aveva ormai rubato il posto a Calabria grazie a una serie di prestazioni positive; si era cominciato a vedere un accenno di gioco e Pioli sembrava avere in mano le redini della squadra; Bennacer stava dando un senso allo spaesato centrocampo rossonero mettendo in mostra qualità tecniche degne di un buon regista (cosa che un ex maestro del ruolo, il milanista Biglia, non è più). 

La rassegnazione rossonera in un’affranta comunicazione non verbale di Suso (Foto LaPresse – Spada).

Questi progressi non sono scomparsi da un giorno all’altro. La difesa del Milan ha delle lacune, ma – anche senza l’uomo del momento, Theo Hernández – non è così scarsa da prenderne cinque da una qualunque squadra di alta classifica. Leão deve migliorare tanto, ma di virtù notevoli il ragazzo ne ha e i 35 milioni sborsati dal Milan per lui non possono ancora dirsi sprecati. La società ha commesso degli errori piuttosto gravi, questo certamente, ma c’è di mezzo il mare tra ammettere questo e giudicare completamente incompetenti Maldini, Massara e – soprattutto – un grande professionista come Boban. 

Ma allora, cosa è andato storto?

Innanzitutto, non è stata solo una terribile sconfitta del Milan, ma anche una strepitosa vittoria dell’Atalanta, che nonostante l’assenza della sua punta titolare ha trafitto cinque volte una difesa che l’anno scorso si qualificata per l’Europa League. Per il talento di Gómez e per la classe di Iličič si sono già profusi innumerevoli elogi, che questa partita ha dimostrato – per l’ennesima volta – essere meritatissimi. Il centrocampo dell’Atlanta è di una sincronia e di una concretezza spaventosi, l’allenatore ha un’idea chiarissima del gioco che vuole e il carisma necessario per instillare tale idea nei suoi giocatori. Le ali giocano di concerto con il centro e svolgono egregiamente entrambe entrambi le fasi. Contro il Milan tutto ciò si è visto in modo cristallino, come si è vista la temperanza e l’orgoglio di un complesso di giocatori che non dubita mai né delle proprie qualità né di quelle dei compagni, fattore che gli ha permesso di riprendersi immediatamente e nel più sensazionale dei modi dalla sconfitta di una settimana prima contro uno sfavoritissimo Bologna.

Le principali colpe del Milan, invece, sono di natura psicologica. Il Milan ha subito il primo goal dopo pochissimo e questo, lo sappiamo, può essere un duro colpo. Quanto è accaduto, tuttavia, è ingiustificabile. In questo campionato l’Atalanta ha segnato 43 reti, più di qualunque altra squadra. Proprio per questo, subire uno o più goal dalla Dea non dovrebbe avere l’effetto di annichilire irrimediabilmente lo spirito di undici professionisti militanti in Serie A. La quasi totalità dei giocatori rossoneri in campo, invece, ha praticamente smesso di giocare, smorzando sempre di più il proprio impegno a ogni goal subito. Questo, invero, ha fatto più male ai tifosi di tutte le reti subite messe assieme. Hanno dato l’impressione di non sperare nel pareggio e di non aver alcuna intenzione di lottare per una partita che – evidentemente – ritenevano perduta in partenza. Come nel più classico dei circoli viziosi, naturalmente, tale atteggiamento ha portato a ulteriori goal subiti e, quindi, a una sempre maggiore demotivazione. 

Preso dallo sconforto, Gianluigi Donnarumma esce dal campo tra lacrime e carezze consolatorie.

Anche le lacune tattiche e tecniche non sono mancate, soprattutto da parte di alcuni singoli: di Kessié e Conti si è già detto; Suso – che sulla carta dovrebbe essere il giocatore più talentuoso della squadra – sembrerebbe aver raggiunto l’apice della propria indolenza e depressione calcistica, offre un calcio che non potrebbe essere meno propositivo e rallenta sempre il gioco; Çalhanoğlu, come quasi sempre, è stato imbarazzante, senza senso; Musacchio e Romagnoli, i difensori centrali, ipnotizzati e inerti.

È per via dell’essenza principalmente mentale del disastro di domenica scorsa che risulta così difficile compilare una ricetta per la ripresa. Di sicuro, comunque, si dovrà partire da quelle poche certezze trovate nelle settimane precedenti, dalla ricerca di una parvenza di stabilità e coerenza, concetti che ormai da tempo sembrano aver lasciato Casa Milan per andare a comprare le sigarette, per poi non tornare più. Qualche nuovo innesto dal mercato invernale potrebbe aiutare, e l’arrivo di Ibrahimović fa ben sperare, sebbene sia lecito dubitare dell’impatto di un giocatore che è stato per un decennio un top 5 al mondo, ma che ha 38 anni e che ha giocato gli ultimi due in un campionato di bassissimo livello. 

Filippo Minonzio

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