Dopo aver letto l’articolo sulle tecniche di persuasione coercitiva uscito qualche settimana fa, Erika mi ha contattato ansiosa di poter raccontare la sua storia, proprio perché protagonista di alcuni di quei meccanismi che rientrano nelle tecniche comunemente conosciute come ‘’lavaggio del cervello’’.
Erika è una ragazza di 25 anni, redattrice di The Password e studentessa di Beni Culturali presso l’Università di Torino. Erika è nata in Argentina e si è trasferita in Italia con suo papà, in seguito raggiunti dalla mamma e dalla sorella.
Il padre di Erika, quando lei aveva due anni, si è unito ad una Congregazione di testimoni di Geova, e da qui inizia la sua travagliata storia: un’infanzia tra due fuochi e un’adolescenza all’insegna del nascondersi.
Abbiamo incontrato Erika affinchè potesse raccontarci la sua storia, ma prima è necessario avere un quadro più chiaro di questo orientamento religioso, del quale si sente tanto parlare del famoso “porta a porta”, senza rendersi veramente conto dell’ampia realtà che vi si cela dietro.
I testimoni di Geova sono un movimento cristiano, fondato da Charles Taze Russels nel 1870 in Pennsylvania. Chiamati originariamente “Studenti Biblici”, i Testimoni di Geova sostengono di praticare il Cristianesimo del I secolo e si dedicano ad una diversa interpretazione della Bibbia – motivo per cui possiedono un loro testo sacro denominato Nuovo mondo. La loro dottrina si distanzia per diversi punti rispetto a quella cattolica, a partire dai dogmi fondamentali come la trinità e l’immacolata concezione.
Erika entra in contatto con questa realtà già a due anni – quando appunto suo padre decide di aderire a questa religione – mentre la madre rimane ancora ancorata all’orientamento cattolico.
Tu stessa hai definito la tua infanzia come dilaniata fra due fuochi. Com’è stato per te vivere questa duplice identità religiosa?
Questa situazione comportava numerosi tensioni in casa. La nostra famiglia è stata a lungo divisa proprio per l’identità religiosa di mio padre, che implicava l’esclusione da molti momenti conviviali fondamentali per il vivere di una famiglia unita. Il trasferimento in Italia sarebbe dovuto essere un’occasione di riavvicinamento, e per un momento lo è stato, prima di trasformarsi in un incubo
Dunque quando vi siete spostati in Italia avete avuto modo di consolidare i vostri legami? Cosa ha trasformato questo nell’incubo di cui parli?
Al momento del traferimento mia madre decise di diventare testimone di Geova, spinta dal forte amore che provava nei confronti di mio padre. A seguito di questa decisione, tutta la famiglia divenne parte della congegrazione di Lingua spagnola presente sul territorio di Torino. Inizialmente ciò ci ha permesso di vivere in maniera più unita, partecipavamo agli stessi eventi e frequentavamo gli stessi ambienti, ma ben presto mi resi conto quanto ci stessimo isolando dal mondo circostante.
Quando mi hai scritto hai posto particolare accenno sulle tecniche di isolamento e indottrinamento che tu stessa hai sentito di vivere. Quali eventi ti hanno fatto pensare di esserne soggetta?
L’isolamento era dovuto principalmente al fatto che non ci era consentito di uscire con persone che non fossero fratelli o sorelle delle Congregazioni, e gli unici momenti di socialità avvenivano durante le adunanze, che si tengono 3 volte a settimana. Inoltre, fin da bambini, venivamo sottoposti a video e libri unicamente su questo tema, col fine di inculcare in profondità le loro credenze. Inoltre, ci era vietato festeggiare i compleanni, Natale e Capodanno, momenti fondamentali nella vita di una persona, soprattutto durante l’adolescenza.
Mi hai detto che il fatto di doverti nascondere continuamente ti ha causato notevoli ansie ancora ardue da gestire nel presente. Hai sempre tentato di evadere da quella realtà o hai cercato di adeguarti?
Ho iniziato ad aprire gli occhi verso i 16 anni. Il desiderio di vivere certe esperienze si faceva sempre più impellente, così iniziai a vivere una vita “normale”, ma dovendo nascondere tutto. Grazie all’aiuto di mia madre sono riuscita a trovare il mio posto e a vivermi alcune delle esperienze che desideravo da tanto, ma questo vivere nell’ombra, con la continua paura di essere scoperta da mio padre o da altri fratelli mi dilaniava.
Come sei riuscita ad uscire da questa situazione?
A 18 anni decisi di non voler essere più testimone di Geova. Ciò causò una brusca rottura con mio padre, durata per anni e risanata solo poco tempo fa. Mio padre, infatti, ad un anno da questa decisione prese un biglietto per l’Argentina, senza più tornare. Questo fu un grande sollievo per me, anche se fu un grande dolore per mia madre. Ma finalmente mi sentivo libera.
Emma Battaglia




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