“Vita, l’aborto di un paese civile”: come (mal)funziona l’ivg in Italia

Sono passati quarantadue anni dall’emanazione della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, una delle più laceranti del nostro Paese. Che cosa significa, infatti, tutelare l’ivg in uno Stato dove la vita è sacra? Dove vige ancora un sotterraneo giudizio di disvalore per una donna che decide di non adempiere al “fine ultimo naturale” di avere figli, ma al contempo viene discriminata lavorativamente e socialmente quando decide di farlo? Quale portata può avere l’ivg in un Paese dove molto spesso è la donna a istigare gli istinti primari dell’uomo, risultando così unica colpevole e responsabile?

Tutte queste contraddizioni, questo scontro confusionario tra tradizione, coscienze, religione, innovazione e diritti, conducono alla problematica attuazione della legge 194 del 1978, che viene raccontata nella breve graphic novel della matita di Anna Cercignano intitolata Vita, l’aborto di un paese civile.

Innanzitutto diciamo due parole sulla legge 194: essa tutela la maternità e la vita umana sin dal suo inizio, ma al contempo garantisce l’ivg, che può avvenire entro o dopo 90 giorni. «Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico (…) o a una struttura sociosanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.» Il consultorio o il medico hanno il compito di valutare con la donna alternative all’interruzione volontaria della gravidanza nonché di consigliarle strutture di supporto; in caso le difficoltà non siano superate rilasciano un documento, con il quale la donna, decorsi 7 giorni, può ottenere l’ivg presso una delle sedi autorizzate. «L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna

Al contempo, però, la legge ammette l’obiezione di coscienza, con alcune limitazioni. «L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza. Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare (….) l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza (….)

L’applicazione della legge è messa a serio rischio dall’aumento degli obiettori, che nel 2016 raggiungeva il 71% (fino ad arrivare al 90% in alcune regioni, ossia Molise, Basilicata e provincia di Bolzano) . Come denuncia Laiga – Libera Associazione Italiana Ginecologici per l’Applicazione della legge 194/78 – l’obiezione è sollevata anche da cardiologi, analisti, anestesisti, infermieri, motivo per cui spesso i (pochi) ginecologi non obiettori sono costretti a lavorare in condizioni disagevoli e a operare un numero di ivg sproporzionato. Particolarmente a rischio è sopratutto l’aborto terapeutico, quello successivo ai 90 giorni, praticato da una minima parte di ospedali, eppure, come abbiamo visto, connotato da problemi seri e urgenti.

La situazione non sembra purtroppo in via di miglioramento. Non possiamo che augurarci che una costante attenzione sul tema, un reale bilanciamento dei diritti e una migliore formazione del personale sanitario conducano presto a una serena applicazione della legge 194. Concludiamo questo articolo parlando con S.M., una studentessa che ha fatto ricorso all’ivg all’età di 18 anni.

“Quando ho scoperto di essere incinta ero di circa 50-60 giorni e sono rimasta una settimana paralizzata. Ero distrutta, non sapevo a chi rivolgermi, più avanti avrei capito che non era del tutto colpa mia, mi ero fidata del mio ragazzo di allora, complice l’inesperienza. Sono andata in un consultorio in provincia di Torino, che mi ha indirizzata a M. Al consultorio mi hanno guardata con giudizio, ma non mi importava granché, perché non conoscevano me né le dinamiche del fatto. Hanno deciso per l’aborto con pillola anche se ero proprio al limite temporale. A M. ho aspettato in sala d’attesa, mi hanno dato una brandina, insieme a tutte le altre, e mi hanno somministrato la pillola RU486. Da lì sono state ore di attesa e crampi abbastanza sopportabili. Una settimana dopo è risultato che la pillola non aveva funzionato, cioè il feto non era stato espulso correttamente… Così ho subìto il raschiamento, al solo pensiero mi sembra di sentire ancora il dolore… per poi tornare a casa da sola in pullman, in preda ai dolori e all’ansia. Poi mi hanno fatto fare una seduta da una psicologa, mi ha chiesto le classiche cose: perché sei rimasta incinta, non usi metodi contraccettivi…? Non mi ha chiesto come mi sentissi. Della serie: se ne vuoi parlare bene, sennò niente. C’è da dire però che io sono stata un po’ vigliacca, perché lei mi ha proposto di continuare con altre sedute e io non ho voluto. Di tutto questo quello che mi è pesato di più è essere stata completamente sola: il mio ragazzo di allora non voleva essere presente e avevo paura di dirlo a famiglia e amici, dall’operazione poi ci sono stati due mesi buoni di attacchi di panico e vergogna.”

Silvia Gemme

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