L’anno della paura del contagio, dei capri espiatori e della irrazionalità

In questo articolo, come è ben evidente dal titolo, andiamo a parlare dell’anno 1630 e della terribile pestilenza che colpì in particolar modo Milano! Quel che accadde fu oggetto delle cronache di autori del periodo e di ricostruzione di quelli dei due secoli successivi, tra i quali Pietro Verri nella sua celebre opera Osservazioni sulla tortura.

Per la verità, lo scopo di Verri in quest’opera era quello di arrivare a trattare della pratica della tortura durante gli interrogatori degli imputati, in auge ancora nel suo XVIII secolo. La sua ricostruzione della pestilenza e della caccia agli untori – realizzata tramite lo studio della cronaca di Ripamonti e degli atti del processo ai milanesi Piazza e Mora – è dunque solo il pretesto, ma così efficace da essere una delle fonti per Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni.

L’epidemia di peste di cui stiamo parlando (1629-1633) colpì l’Italia settentrionale, aggravata dal passaggio di truppe provenienti da territori infetti e mieté un totale di circa 1.100.000 vittime. Il Ducato di Milano fu duramente colpito e le persone si lasciarono andare al panico e ad ogni tipo di inumanità – quelle descritte ne I Promessi Sposi – individuando nel frattempo la causa di un simile male negli “untori”, individui che per malignità e tramite un intruglio diffondevano il morbo ungendo i muri della città.

“Simili opinioni, quanto sono più stravaganti, tanto più trovano credenza; perché (…) più si gode nel trovarne l’origine nella malizia dell’uomo, che si può contenere, anzi che nella implacabile fisica che si sottrae alle umane istituzioni. In quei secoli poi sappiamo quale fosse la coltura degli studj (…). Ogni uomo che inavvedutamente stendesse la mano a toccarle era a furore di popolo strascinato alle carceri, quando non fosse massacrato dalla stessa ferocia volgare.”

In questo contesto, vennero incriminati il commissario della sanità Guglielmo Piazza, il barbiere Gian-Giacomo Mora e altri, con l’accusa di avere fabbricato il veleno appestante e di aver unto i muri. Furono sottoposti a lunghe torture e infine giustiziati nel più brutale dei modi. La casa di Gian-Giacomo Mora venne rasa al suolo e al suo posto innalzata la “colonna infame” a perenne memoria del suo delitto (abbattuta un secolo e mezzo dopo).

Pietro Verri racconta questa vicenda con sgomento e disgusto, ma con l’illuministica convinzione che il periodo buio dell’Europa si fosse concluso. Al contrario, oggi, dopo aver appreso notizie di persone insultate per i propri tratti asiatici, di psicosi da apocalisse imminente e di gesti di egoistica irresponsabilità, molti – a torto o a ragione – si sentono disillusi circa la presunta razionalità insita nell’uomo. Infatti, essendo questi i presupposti, ci saremmo comportati tanto meglio dei nostri antenati, se al posto del Coronavirus avessimo avuto a che fare con una epidemia in grado di uccidere 64.000 persone su 250.000 (1/4 degli abitanti del Ducato di Milano)?

Silvia Gemme

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