March Sadness

Mark Emmett, il presidente della NCAA (la lega organizza lo sport americano a livello universitario), ha annunciato che – a causa del corona virus – tutte le competizioni maschili e femminili sono state cancellate. Se non avete familiarità con lo sport americano, questa potrebbe apparirvi come una notizia di poco conto. In un certo senso lo è, soprattutto se paragonata alle ben più gravi problematiche causate dalla pandemia di COVID-19, ma in ambito sportivo è una notizia di assoluta rilevanza.

I tifosi di Duke in azione

Negli Stati Uniti, i campionati universitari sono molto importanti e hanno uno dei share più vasti, soprattutto quelli di basket e football americano. Il livello agonistico è considerevole, i giocatori delle università sono già professionisti (pur senza poterlo essere legalmente), il pubblico vastissimo – andando ben oltre i confini dei campus universitari e delle città che li ospitano. Che sia capitato proprio ora, peraltro, è quanto di peggio potessero augurarsi tifosi e appassionati; marzo, infatti, è il mese eponimo della March Madness, ossia la fase finale del torneo interstatale di basket. 

Le 68 squadre più forti della nazione si fronteggiano in un torneo a eliminazione diretta facendo perdere completamente la testa alla nazione. Complice un’enorme copertura mediatica, la presenza di partite a qualunque ora e la competitività ossessiva di giocatori e staff, che in questa manciata di settimane spendono ogni stilla di energia e furore agonistico; la March Madness viene seguita ogni anno da decine di milioni di spettatori. I palazzetti sono sempre sold-out e gli ascolti televisivi sono altissimi, tanto che negli anni i titolari delle aziende hanno osservato un cambiamento nel comportamento dei dipendenti durante questi periodi: aumento dei giorni di malattia, pause pranzo prolungate e persino rinvii delle riunioni per permettere la visione delle partite più pregnanti. 

I tifosi di BYU disturbano un avversario ai tiri liberi

Uno dei fenomeni che rendono così importante questo torneo è la bracketology. Ogni anno, decine di milioni di americani completano il bracket, ossia il tabellone del torneo, scommettendo sulla vincitrice di ogni singola sfida, dai sedicesimi alla finale. Nessuno è mai riuscito ad azzeccarle tutte, le combinazioni possibili, d’altronde, sono 147 570 000 000 000 000 000 (2^67) e dunque le possibilità di indovinare il bracket perfetto sono 1 su 147.57 trilioni/quintilioni.
Le probabilità sono così alte per via del fenomeno dei cinderella team: ogni anno, infatti, c’è almeno una squadra sfavorita che, contro tutti i pronostici, avanza nel torneo sconfiggendo squadre molto più quotate. Una singola partita, pertanto, magari quella vinta da una squadra qualificatasi per pochissimo contro una testa di serie, può mandare in pezzi un consistente numero di scommesse. Nel 2016, per esempio, la vittoria di UMBC su Virginia distrusse quasi 17 milioni di bracket in un colpo solo. Ciononostante, ci provano tutti, persone appartenenti a qualunque categoria sociale, compresi i presidenti.

Il bracket completato e autografato da Barack Hussein Obama, ex presidente degli Stati Uniti

Insieme ai giocatori, tra i quali spiccano i futuri campioni NBA e un certo numero di meteore, sono gli spettatori le vere star della Madness. I tifosi sono principalmente studenti e alumni (ex-alunni), il tifo è sfrenato e le coreografie sono incredibili (soprattutto considerando che nello sport americano queste cose normalmente non esistono, mentre in Europa sono normalissime).

Capirete, quindi, perché la cancellazione del torneo ha spezzato milioni di cuori. Ha inoltre complicato il lavoro degli scout NBA e internazionali, che pur osservando i giocatori tutto l’anno, fanno particolare attenzione alle loro prestazioni in questo contesto. La Madness, infatti, è un’ottima occasione per constatare il rendimento degli studenti atlanti in un contesto estremamente concitato e sotto un’enorme pressione mediatica.

È chiaro, tuttavia, che la decisione è più che lecita: sebbene siano il paese che rischia di più, gli Stati Uniti sono in ritardo con le misure anti-COVID. Ciò è gravissimo soprattutto perché lì vige un sistema sanitario privato, che porta oltre i 3000 dollari il costo di un semplice tampone e che ogni anno costringe un sacco di persone appartenenti alla classe medio-bassa a scegliere tra la bancarotta e la morte. 

Filippo Minonzio

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