Giallo Torinese, il delitto di Via della Consolata

Torino sa essere una città riservata. Se si passeggia per il centro non è raro che un edificio qualunque, colpevole un portone rimasto aperto per caso, offra scorci inaspettati su cortili di altri tempi.

È il caso del settecentesco Palazzo Saluzzo Paesana, in via della Consolata 1. Da fuori, l’edificio mantiene un’aria nobiliare. Se si lascia alle spalle l’ingresso, le inferriate del cancello permettono a tratti di scorgerne l’interno, costituito da un solenne cortile porticato. Ma il palazzo nasconde molto più di qualche suggestivo affresco del XVIII secolo.

All’inizio del Novecento fu teatro di un celebre episodio di cronaca che scosse profondamente la cittadinanza torinese.

È una mattina di inizio Marzo come tante, anno domini 1902. Angelo, giovane falegname impegnato all’interno del palazzo, deve recuperare delle assi in una delle cantine; scende quindi nei sotterranei dell’edificio ma, dopo pochi scalini, è subito assalito da un odore rivoltante. Il ragazzo si lascia guidare dalla crescente intensità del puzzo, per ritrovarsi ben presto al fondo di un corridoio, davanti un cassettone in legno. Individuata in esso la fonte di quelle esalazioni nauseabonde, Angelo non esita ad alzarne il pesante coperchio, squarciando il sipario su un terribile spettacolo: un piccolo corpo senza vita è riverso sul fondo del cassettone. Le autorità riconosceranno in tali resti Veronica Zucca, bambina di 5 anni scomparsa a Gennaio.

Nei mesi precedenti, la vicenda ha avuto forte eco nella popolazione cittadina, come testimonia il flusso continuo di lettere spedite ai giornali locali. I lettori chiedono novità sulla bambina, offrono testimonianze e, addirittura, qualcuno si autodenuncia.

Il ritrovamento del corpo restringe il campo delle indagini. L’accesso all’edificio è infatti limitato ai residenti e a pochi altri, e per scendere nei sotterranei è necessario richiedere la chiave in portineria. L’autore del delitto, dunque, non può che gravitare attorno al microcosmo di Palazzo Saluzzo Paesana.

Oltre il cortile, nel soppalco di un locale a pian terreno, ha dimora Carlo Tosetti, il cocchiere personale del Marchese di Paesana. Pochi giorni dopo il ritrovamento, scosso dal sonno di prima mattina, Tosetti pensa che il padrone sia venuto per dare ordini; a svegliarlo sono invece i carabinieri. Il cocchiere, ancora frastornato, è condotto in Questura. Trattenuto con ragioni piuttosto fumose, il Tosetti viene sottoposto a carcerazione preventiva, mentre le indagini sulla sua colpevolezza procedono in un riserbo quasi assoluto. Il silenzio della giustizia non impedisce però ai giornali di delineare un ritratto a tinte fosche dell’umile vetturino, fino ad attribuirgli le fattezze di un mostro. In assenza di prove decisive, il Tosetti viene scarcerato due mesi dopo e ogni clamore si spegne.

Ma l’incubo sembra ripetersi una sera di Maggio dell’anno successivo. Teresa Demarta, una bambina del quinto piano del Palazzo, scompare nel nulla. Allertate immediatamente le autorità, viene ritrovata il mattino successivo dal portiere negli stessi sotterranei; la piccola riporta ferite su tutto il corpo, ma è viva.

Questa volta il custode non ha dubbi: l’ultimo a prendere le chiavi delle cantine è stato Giovanni Gioli, un ragazzo addetto alla pulizia dell’edificio. Il giovane viene subito trattenuto dalle forze dell’ordine e, dopo qualche resistenza, confessa tutto, anche l’omicidio della piccola Veronica. Nel tentativo di giustificarsi, evoca visioni demoniache che lo tormentano da tempo. Il Gioli viene presto definito “di corta mente”, e ne verranno evidenziati i gravi disturbi psichici, cercandone traccia anche nei tratti fisionomici (è pur sempre l’epoca di Lombroso).

La condanna di Giovanni Gioli a 25 anni di carcere cala definitivamente il sipario su una triste storia di sangue, custodita con riguardo da un Palazzo nobiliare del centro di Torino.

Alessio Civita

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