Il Club della Banalizzazione Ricercata – La guerra in Siria

La guerra civile in Siria è uno tra i conflitti che ha avuto maggior risonanza mediatica nella storia, eppure è spesso difficile districarsi tra le notizie, soprattutto perché le fazioni in campo sono molte e ognuna con un interesse diverso: a pochi giorni dalla nona ricorrenza dell’inizio del conflitto cerchiamo di fare, in breve, un po’ di chiarezza.

La guerra civile inizia il 15 marzo 2011, quando, sull’onda della Primavera Araba, i siriani scendono in piazza per protestare contro il regime repressivo di Bashar Al-Assad, presidente e capo del partito Ba’th dal 2000. Il partito Ba’th è caratterizzato dal suo essere laico e anti-fondamentalista ma gli esponenti del governo fanno parte della minoranza sciita del paese e per questo sono sostenuti dall’Iran. Le proteste invece sono portate avanti da movimenti sunniti e alcuni di questi, i più radicali, vogliono instaurare nel paese la Shari’a, la legge di Dio per i musulmani.

La situazione si complica già in estate, quando i soldati disertori dell’esercito ufficiale fondano l’ESL, l’Esercito Siriano Libero e le manifestazioni diventano quindi scontri armati. Nel giro di pochi mesi la crisi diventa internazionale: il governo siriano è sostenuto principalmente da Iran e Russia ma appoggiato anche da Iraq, Cina, Corea del nord e dalle milizie libanesi di Hezbollah mentre l’esercito ribelle è sostenuto principalmente da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Turchia; l’Unione Europea è intervenuta imponendo un embargo allo stato siriano.

Terzo schieramento è quello dei curdi, gruppo etnico che abita alcune zone della Turchia, Siria, Iran e Iraq. Nelle zone del nord-est della Siria, a maggioranza curda, è sorto un governo autonomo, Rojava, con un braccio armato, l’YPG (Unità di Protezione Popolare) sostenuto a livello internazionale da quasi tutti gli stati impegnati nella guerra (Stati Uniti, Russia, e a tratti anche dallo stesso governo siriano) a causa del suo ruolo fondamentale nella lotta contro l’ISIS. Arriviamo così al quarto attore di questa guerra, le forze jihadiste, che si schierano contro il governo siriano (ma non sempre accanto agli altri ribelli): tra questi spicca l’ISIS, lo stato islamico dell’Iraq e della Siria, sorto nel 2013 a fianco di Al-Nusra e sconfitto, almeno in parte, nell’ottobre dell’anno scorso, con l’uccisione del califfo Abu Bakr Al-Baghdadi.

Sono stati molti, nel corso degli anni, i tentativi di trovare una soluzione diplomatica al conflitto, attraverso una serie di “cessate il fuoco”, puntualmente non rispettati: ultimo nella lista è quello firmato il 5 marzo scorso tra Erdogan e Putin, che sancisce una tregua militare nella zona di Idlib, al momento l’ultima roccaforte ribelle. I bombardamenti degli ultimi mesi su questa regione sono stati devastanti e le fonti ufficiali parlano di quasi un milione di profughi.

Non meno in difficoltà si trova la popolazione curda, lasciata sola da quando Trump, nel dicembre scorso, ha annunciato il ritiro delle truppe che erano stanziate in difesa della minoranza: Erdogan non si è lasciato sfuggire l’occasione e ha subito sferrato una serie di attacchi nelle zone autonome governate dai curdi. L’obiettivo di Ankara è infatti quello di “conquistare” le zone del nord-est della Siria per spostarvi i due milioni di profughi siriani che in questi anni si sono ammassati in Turchia, ma per farlo ha bisogno del sostegno economico dell’Unione Europea, che al momento sta ricattando con “l’arma dei migranti”, spingendo migliaia di profughi siriani verso il confine con la Grecia.
Come risponderà l’Europa a queste provocazioni?

Marta Fornacini

In copertina il sito archeologico di Palmira, patrimonio UNESCO devastato dalla guerra.

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