Una strage a parte

Tra il 7 e il 10 marzo, a margine dei primi giorni di quarantena, si è assistito allo scoppio di forti tensioni in 22 penitenziari sparsi su tutto il territorio nazionale. Le proteste divampano dopo le modifiche al regime di semilibertà e dei colloqui, introdotte per arginare possibili diffusioni del coronavirus in carcere. I disordini coinvolgono circa 6000 detenuti in tutta Italia.

Risultato: padiglioni messi a ferro e fuoco un po’ dovunque, dimostrazioni sui tetti, assalti alle infermerie e interi complessi totalmente inagibili. A ciò si aggiunge un bilancio in termini di vite umane estraneo alla nostra storia recente; si parla di 14 detenuti morti di overdose, 40 feriti e 16 evasi.

Nei giorni successivi, le rivendicazioni rientrano e, seppur a fatica, l’ordine è ristabilito. Il Ministero della Giustizia tampona le criticità emerse con la concessione di licenze ai detenuti in semilibertà, oltre a prevedere la possibilità di detenzione domiciliare per chi ha da scontare pene residue minori a 18 mesi. Le misure si rivelano insufficienti, nel frattempo però l’emergenza sanitaria si aggrava e ogni discussione sembra rimandata, le morti rimosse.

Finestre in fiamme durante la rivolta, Carcere di Bari

Nonostante i bollettini quotidiani della protezione civile ci stiano abituando in fretta a perdite umane fino a poche settimane fa impensabili, il dato di 14 persone che in pochi giorni muoiono nelle mani dello Stato non può passare inosservato.

Bisogna risalire addirittura ai primi anni settanta, con episodi come la strage nel carcere di Alessandria, per riscontrare numeri analoghi. Ma non è soltanto il numero a colpire.

In effetti, tanto a Modena, dove perdono la vita 9 detenuti, quanto a Rieti, dove il numero di morti si attesta a 3, a causare i decessi è l’ingestione incontrollata di metadone e benzodiazepine. Le circostanze in cui ciò avviene sono simili: nel corso delle tensioni, diversi gruppi assaltano le infermerie e fanno incetta di oppiacei e psicofarmaci; alcuni muoiono a seguito di improvvisi malori dopo poche ore. Qualcuno può essere tentato ad indicare gli stessi come singoli tossicodipendenti che, davanti al disordine del momento, decidono di approfittare della situazione. Ma queste morti, forse, sono spia di un problema più profondo.

Al San Vittore di Milano, a dare il via alle rivolte di inizio marzo sono i detenuti de “La Nave”, padiglione dell’istituto riservato proprio a dipendenti da sostanze, i quali si dirigeranno poi subito all’infermeria dell’istituto. Su scala nazionale, al cessare delle contestazioni, il bilancio è di 150.000 euro di farmaci sottratti.

La larga diffusione degli psicotropi in carcere non è tuttavia una novità. In una recente ricerca condotta dall’Agenzia regionale della sanità Toscana emerge infatti che il 46% delle prescrizioni mediche fatte nelle carceri italiane prevede psicofarmaci.

A giustificare una diffusione così generalizzata è in parte la percentuale di tossicodipendenti dietro le sbarre ( il 23.7% della popolazione carceraria), ma non basta. Non è raro che siano prescritti anche per disturbi collegati all’insonnia. Più spesso però sono somministrati come “contenzione farmacologica”, così da facilitare la sorveglianza degli operatori penitenziari.

Molte dipendenze, dunque, nascono in carcere e continuano anche fuori, rendendo ancora più difficile il reinserimento del soggetto nella società.

Queste difficoltà, sommate al mancato fine rieducativo della pena e al decennale sovraffolalmento delle carceri, possono aver contribuito, a contatto con l’inedita emergenza del COVID-19, al formarsi di una situazione conflittuale che è stata contenuta, ma non risolta; ora attende di essere affrontata. Altrimenti, si rischia di aver soltanto posticipato una possibile resa dei conti.

Alessio Civita

 

 

 

 

 

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