Interview – Stefano Stranges, il fotoreporter dello stupore umano.

I fotoreporter nel mondo sono sempre troppo poco celebri rispetto al lavoro che fanno ed uno di questi è sicuramente Stefano Stranges. Fortunatamente, però, gli scatti vivono la notorietà meritata. Le immagini di Stranges sono crude, veritiere e drammatiche; ci fanno comprendere immediatamente che uno degli scopi di quegli scatti è la sensibilizzazione per un pubblico che non ha potuto vivere tutto ciò in prima persona. Gli scatti di Stranges non ci mentono riguardo all’emozione provata, a tutto quel dolore e a quell’amarezza nei confronti di un’ingiustizia sociale che lui stesso ha provato.


Da fotografo prettamente di moda, nel 2011, si rende conto che quell’ambiente non era quello in cui desiderava rimanere. Stranges mi racconta che mentre un Art Director gli diceva che “questo e quel colore” non andavano bene insieme, ha deciso di andare controcorrente; anche dal punto di vista economico. “Ho deciso che l’arricchimento poteva arrivare da altro. Perciò mi ci sono buttato. Quando facevo moda, normalmente le persone con cui avevo a che fare mi vedevano come una persona che trattava lo storyboard come reportage. Tenevo a lavorare molto più di pancia. Di fatto, avevo un approccio diverso, prendevo spunto da quello che vedevo al momento e mi adattavo. Viceversa, quando ho iniziato a fare reportage, si vedeva che arrivavo dal mondo della moda, mi dicevano che dovevo sporcare di più le immagini” continua Stranges.

La prima esperienza da fotoreporter, alla scoperta del proprio stile e alla ricerca di un sé professionale, è stata in India riguardo al mondo delle baraccopoli, dove ha potuto vivere direttamente quella realtà per potersi poi adattare, “poiché una delle caratteristiche dello scatto reportagistico non è solo lo scatto finale ma è vivere la quotidianità delle persone che ti stanno accanto per poter abbattere le barriere tra intervistatore ed intervistato, presentarsi come uno di loro”. A tal proposito, Stranges mi racconta di quando si trovava in Repubblica Democratica del Congo e poi in Ghana, per seguire uno dei suoi, a mio avviso, progetti più interessanti: The victims of our wealth. Un viaggio dai colori poco accesi, tra i fumi delle miniere di Coltan ed il disastro ambientale prodotto della nostra tecnologia occidentale in cui le persone si “accavallavano l’una sull’altra per potersi raccontare”.

Alcuni scatti di The victims of our wealth appaiono anche nel “progetto che non ha una fine” – Homeland. Una convinzione di Stranges che continua a seguire, una raccolta di fotografie tratte da altri progetti, ed in altri termini ancora, ” una collezione sul lato positivo della negatività” che lui stesso vede. All’interno del progetto “ongoing” non passano inosservate sicuramente quelle riguardanti l’argomento più vergognoso e più attuale di tutta Europa: il campo profughi di Moria a Lesbo, in Grecia. Le fotografie sono piene di qualsiasi sentimento; fatta eccezione di una soltanto, la serenità. Se L’Unione Europea ed il governo greco tacciono, questi scatti raccontano senza una particolare narrativa di denuncia quale sia la quotidianità di questo inferno. “L’impatto con la vita delle persone me lo aspettavo assolutamente, nel suo dramma. Dal punto di vista perlomeno estetico, sí ne avevo visti di campi profughi, al confine tra Syria e Turchia ed in Africa. Pensare di essere in un territorio in cui neanche ho bisogno del passaporto per entrarci, essere nella mia terra… Vedere come una polizia greca, europea, spari gas lacrimogeni su donne e bambini, questo sí, mi ha stupito. Me le aspetto in un contesto di conflitto, non qui”, conclude Stranges.

Con queste ultime frasi, mi ha fatto capire come il suo lavoro sia legato in maniera indissolubile allo stupore, ancora una volta, “umano troppo umano” .

Federica Tessari

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