Timeo Danaos

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Quando, a metà febbraio, il COVID-19 ha iniziato a diventare un problema grave e il mondo ha compreso appieno il rischio di una sua diffusione a livello globale, le misure adottate per prevenire questa catastrofe sono variate grandemente da Stato a Stato. L’Italia, tra tutte le strategie disponibili fra cui scegliere, ha deciso inizialmente di gettarsi su quella dello stigma sociale, e questo è avvenuto ad ogni livello, istituzionale e privato: dagli episodi di razzismo e odio nei confronti di persone cinesi (o anche solo apparentemente asiatiche), al frettoloso blocco di tutti i voli diretti dalla e verso la Cina. Ognuno nel Bel Paese ha dato il peggio di sé, ritenendo che bastasse stare lontano dai cinesi per stare al sicuro. Ma mentre la risposta violenta e razzista di alcune frange della società è ascrivibile all’ignoranza di molti individui, quella spaventata e confusa della nostra politica estera merita una dura reprimenda, poiché ha rischiato di mettere in pericolo le relazioni con il Regno di Mezzo.

Il legame che unisce Italia e Cina è sempre stato molto stretto. E quando diciamo “sempre”, intendiamo da almeno 700 anni: infatti, una delle prime testimonianze di un occidentale in Cina risale al Milione di Marco Polo del XIII secolo.
Avanti veloce fino ad arrivare al 1970, l’Italia fu anche uno dei primi paesi occidentali a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese e a stringervi relazioni diplomatiche, che quest’anno compiono mezzo secolo. Inoltre, va ricordato che la comunità cinese in Italia è una delle più risalenti nel tempo e numerose d’Europa (seconda solo a quelle di Gran Bretagna e Francia).
Per aggiungere ulteriore carne sul fuoco, nel marzo 2019 l’Italia ha anche firmato (primo e unico Paese del G7 ad averlo fatto) un memorandum d’intesa con la Cina per il progetto della Belt and Road Initiative, evento che è stato festeggiato in Cina come un successo politico storico del Presidente Xi Jinping.
Tenendo conto di tutti questi fattori, delle lunghe e durature relazioni che legano i due Paesi, non c’è da meravigliarsi che la scelta di bloccare tutti i voli diretti, trattando la Cina come uno Stato di untori e appestati, abbia rischiato di marcare una pericolosa pietra miliare. Infine, bisogna anche sottolineare che bloccare i voli diretti ma lasciare intaccati i collegamenti indiretti si è rivelato un doppio autogol, perché da un lato ha scalfito i legami con la Cina, mentre dall’altro non è servito per bloccare il contagio alla frontiera. Ottimo lavoro.

Fortunatamente, quello che poteva tramutarsi in un imbarazzante caso di sinostracismo, non ha intaccato le relazioni con la Cina, che anzi è stata il primo Paese a correre in aiuto dell’alleato italiano. Infatti, quando ad inizio marzo l’Italia aveva chiesto aiuto all’Unione Europea per la gestione dell’emergenza tramite il meccanismo di protezione civile europeo, nessun paese membro si è fatto avanti (con Francia e Germania che inizialmente hanno addirittura vietato la vendita verso l’Italia di mascherine). In compenso, come tutti sappiamo, la Cina ha prontamente inviato un aereo di attrezzature e medici, che forti della loro esperienza sono stati dislocati a Milano e Firenze.
La macchina dei social si è mossa velocemente, dimostrando come, davanti all’inerzia momentanea degli alleati europei, la lontana Cina sia stata la prima a rispondere “presente” nel momento più buio. E a poco sono servite, nelle settimane successive, le numerosissime iniziative e aiuti europei verso l’Italia (ad oggi, infatti, Germania e Francia hanno donato all’Italia più di quanto abbia fatto la Cina). Nel giro di poche settimane l’immagine cinese in Italia è stata completamente riabilitata, e anzi ribaltata. Da untori a salvatori.

In realtà, il materiale arrivato in Italia il 18 marzo scorso, con tanto di diretta Facebook e fotografie tra le autorità italiane e i medici cinesi, è stato un dono della Croce Rossa cinese a quella italiana; la leva politica applicata dal nostro Ministero degli Esteri per sollevare questo (davvero generoso) dono è stata nulla, con l’eccezione di una telefonata del Ministro Di Maio al suo omologo cinese, Wang Yi. Allora perché nessuno smentisce?
Perché il quadro, per come è stato dipinto dai media e dai social network, e per come è stato inteso dalla stragrande maggioranza della popolazione, giova a tutti: in primo luogo fa bene all’Italia, perché quella cinese è stata una donazione monstre di 30 tonnellate di aiuti; secondariamente fa bene al governo italiano, poiché dimostra di essere stato in grado di convincere Pechino ad aiutare il nostro Paese in difficoltà; in ultimo, aiuta l’immagine e l’appetibilità della Cina a livello nazionale ed europeo.

E perché è così importante il fattore “immagine” per uno Stato come la Cina?
Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, per rimuovere il vergognoso stigma di appestati a tutti i cittadini cinesi in Italia, e permettere a tutti loro una più dignitosa esistenza. Ma soprattutto (SOPRATTUTTO!) per poter essere visti come un punto di riferimento e un partner credibile in futuro.
Quando la tempesta sarà passata, quando tutto sarà rientrato alla normalità e ci si troverà di fronte alla necessità di organizzare soluzioni di governance a livello internazionale per scongiurare un’altra pandemia, a chi guarderà l’Italia con più speranza e ammirazione? Agli Stati Uniti, che facevano incetta di carta igienica mentre il loro sistema sanitario lasciava morire per la strada i malati di coronavirus? Ai fratelli europei, che inizialmente sembravano aver voltato le spalle all’Italia? Oppure all’amico cinese?
E quando la Cina tornerà alla carica per firmare nuovi memoranda d’intesa con altri Paesi occidentali per la Belt and Road Initiative, quanto potrà pesare il fatto che loro per primi hanno messo a disposizione materiale, personale e conoscenze?
Nulla è gratis. Nella vita, come nelle relazioni internazionali.

Luca Negro

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