In Europa 13 Paesi dichiarano illegali gli allevamenti da pellicce. L’Italia è tra questi?

“Mettiti nei panni di…” è una frase che sentiamo spesso nell’arco della nostra vita. Chi non ha mai desiderato essere qualcun altro, magari per vivere, anche solo per un giorno, la vita della nostra celebrità preferita di Hollywood? Ma questo è solo un sogno: non è possibile indossare “i panni” di qualcun altro.
O forse lo è?

Eh sì, perché a ben pensarci, quando indossiamo una pelliccia in fondo stiamo vestendo i panni di qualcun altro, solo che non è della nostra specie.
Oggi sono una volpe, domani un ermellino, o perché non un castoro?
In fin dei conti, è questo che si sta facendo, si sta letteralmente indossando la pelle di qualcuno.

Se millenni addietro, ripararsi con le pelli degli animali, era una necessità per la nostra sopravvivenza e un centenario fa era un modo per rendere ben visibile il proprio ceto sociale agiato, una moda, al giorno d’oggi, con tutte le tipologie di tessuto presenti in commercio, è ancora così necessario?
Per molti la risposta è semplice: no.

Forse pochi sanno che sono ancora molto diffusi gli allevamenti da pelliccia in Europa e che è il continente che maggiormente esporta pelli conciate, ma negli ultimi anni anche paesi come  Cina, Stati Uniti e Canada stanno diventando delle grandi potenze in questo tipo di commercio.

Mink PL 2010

Eppure, da qualche anno nel Vecchio Mondo, sono sempre più numerosi i Paesi che hanno detto “basta: sono infatti 13 quelli che hanno ufficialmente detto no a questo genere di sfruttamento animale.
È stata l’Inghilterra la prima a richiedere la chiusura degli allevamenti già nel 2000, e nel corso di un ventennio l’esempio è stato seguito da Austria (2004), Slovenia (2013), Lussemburgo (2018) e Repubblica Ceca (2019), mentre in Belgio e in Olanda è stato imposto l’obbligo di chiusura definitiva rispettivamente entro il 2023 e 2024.

Di recente si è aggiunta alla lista la Germania che ha preso l’impegno di chiudere ogni stabilimento entro il 2022, ma è stato di recente reso pubblico che l’ultimo degli allevamenti è già stato chiuso nel 2019 –complici i continui controlli governativi a sorpresa e le pressioni da parte di associazioni animaliste-.

Altri Paesi (Repubblica di Macedonia, Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina, Norvegia e Slovacchia) hanno già approvato il divieto di allevare animali da pelliccia e sono in attesa della chiusura definitiva dei plessi. Spagna e Svizzera hanno dichiarato illegale l’apertura di nuovi stabilimenti, mentre la Danimarca, dal 2009, ha vietato l’allevamento di volpi e l’Ungheria di volpi, cani-procione e visoni.

E l’Italia?
Nonostante la scarsa produzione (su tutto il territorio nazionale sono al momento in attivo 20 stabilimenti a conduzione familiare in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Abruzzo), il numero in crescita di grandi nomi della moda dichiaratisi Fur Free, la proposta di legge avanzata nel 2013 dalla LAV (Lega Anti Vivisezione) e che circa l’86% degli italiani che si dichiara contrario a questa pratica, nessuna attività ha subito divieti o forme di limitazione.

La vita degli animali negli allevamenti non è certo semplice visto che sono rinchiusi i gabbie troppo piccole per il loro corretto sviluppo, questo è fonte di forte stress per le bestiole che può sfociare anche in atteggiamenti violenti quali atti di autolesionismo (come rosicchiarsi arti o coda), cannibalismo e insorgenza di atteggiamenti stereotipati.
Per evitare di pulire le gabbie, la pavimentazione di queste consiste in una semplice rete metallica, in modo che gli escrementi cadono verso il basso. Questo può comportare l’insorgenza di parassiti dannosi per il loro organismo oltre a una situazione estremamente disagevole per gli ospiti costretti a camminare, sedersi e stendersi direttamente sul fondo a rete di una gabbia in freddo metallo.
Inoltre sono costantemente esposti alle intemperie meteorologiche, che siano piogge scroscianti o bufere di neve. L’esposizione al freddo è utile soprattutto al fine di mantenere il pelo più folto.

Come se non bastasse una vita di sofferenze, neanche la morte li coglie indolore: tra le metodologie più diffuse, colpi sul muso, esposizione a monossido di carbonio in vere e proprie camere a gas, spezzamento delle vertebre celebrali ed elettroshock (metodo adottato in Svezia).

Vediamo qualche numero: si stima che a livello mondiale vengano uccisi ogni anno tra i 40 e i 60 milioni di animali dei quali la maggior parte cresciuti in allevamenti.
Per la confezione di una pelliccia sono necessari circa 3-5 lupi, 5-8 cuccioli di foca, 10-20 volpi, 16-20 castori, 30-50 visoni, 120-200 scoiattoli, 180-240 ermellini.
Questi sono solo alcuni delle specie utilizzate (dall’elenco non sono esclusi neanche cani e gatti).

pelliccia-norvegia-cover-image

Il commercio di pellicce è in forte calo a livello globale in favore di tessuti sintetici in grado di ricreare in tutto e per tutto il manto di un animale senza però provocare la straziante sofferenza di milioni di esemplari.

È giusto che il nostro Paese non abbia ancora preso in considerazione di dichiarare gli allevamenti illegali?

Ilaria Cavallo

 

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