Il seno femminile nella storia dell’arte

La rappresentazione del seno femminile nell’arte figurativa abbraccia una storia complessa e davvero antica, poiché le prime riproduzioni dell’organo femminile risalgono al Paleolitico, per poi evolversi – nel suo significato materno, ma anche erotico, sensuale ed estetico – nel corso dei secoli successivi. Ripercorrerne le tracce può offrire un valido spunto per una riflessione più ampia e decisamente attuale: in che modo la percezione del corpo femminile, e la sua raffigurazione, mutino nella ricezione pubblica e veicolino significati capaci di rispecchiare una società contraddittoria, ancora fautrice di discriminazioni evidenti. Ne è soltanto un esempio, rimanendo sul tema della raffigurazione del seno, l’inspiegabile censura dei capezzoli femminili, a differenza di quelli maschili, su Instagram. Ne abbiamo scritto ampiamente qui.

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fig. 1

La prima testimonianza certificata della riproduzione del nudo femminile è La Venere di Willendorf (fig.1), una statua di ridotte dimensioni (all’incirca 11 cm) risalente al 23.000-19.000 a.C. e attualmente esposta al Naturhistorisches Museum di Vienna. Prima fra le veneri steatopige (letteralmente, dal greco antico, “dalle grosse natiche”), è universalmente riconosciuta come una rappresentazione della fertilità della donna, del cui simbolo si fanno portatori gli attributi sessuali marcati e prominenti.

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fig. 2

Fra le Veneri preistoriche meglio conservate un altro affascinante esempio ci è offerto dal modello di statuetta in argilla della cultura di Halaf (fig.2)collocabile in area mesopotamica intorno al 6000-5000 a.c. e oggi ammirabile al Louvre di Parigi. Sebbene la testa risulti soltanto abbozzata e manchino del tutto piedi e mani, le mammelle sono fortemente accentuate. È stato concordato inoltre che la posizione del corpo suggerirebbe quella del parto, motivo per il quale l’esasperazione degli attributi femminili sembrerebbe nuovamente ricondurci ai simboli di fertilità e rinnovamento della vita di cui la donna è portatrice.

Queste statuette sono un esempio di come, per le società preistoriche, la raffigurazione del seno femminile si ricollegasse più propriamente al ruolo di donna come generatrice di vita e sostentamento.

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fig. 3

Tale principio è ancora esente da qualsiasi senso di gusto estetico, per il quale è necessario invece attendere l’arte greca classica, nella quale si afferma il principio di armonia che costituirà il canone almeno fino al Rinascimento e che si concretizza in sculture, principalmente, accomunate dagli stessi tratti fisici, indirizzati verso la ricerca di un modello di bellezza universale. In particolare è Prassitele a proporre per primo la riproduzione del nudo femminile con l’Afrodite Cnidia (fig. 3), risalente al 350 a.c. e attualmente esposta presso i Musei Vaticani.

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fig. 4

Il principio estetico del bello raggiunge tuttavia il suo massimo sviluppo con l’eclettismo ellenistico, nel quale il tema della bellezza femminile assume principalmente le sembianze della dea Afrodite. Il caso più noto è rappresentato dalla Venere di Milo (fig. 4), realizzata nel 130 a.C. da Alessandro di Antiochia e conservata al Museo del Louvre di Parigi. Questo dato, sebbene non manchino rappresentazioni di soggetti comuni e sperimentazioni più realistiche, suggerisce un’idealizzazione del corpo femminile e del concetto stesso di bellezza, statico e regolato.

 

Se il Medioevo, d’altro canto, costituisce una parentesi oscurantista nella raffigurazione del seno, poiché considerato luogo di follia (tanto da venire mutilato nelle donne che si credeva ne fossero soggette), nel Quattrocento esso ricomincia ad essere rappresentato nell’iconografia cristiana in celebri dipinti che ritraggono la Vergine Maria nell’atteggiamento dell’allattamento o ripropongono il tema del peccato universale.

È però a tutti gli effetti con il Rinascimento che si assiste alla raffigurazione del nudo femminile. Accanto al canone estetico, il seno femminile si fa portatore di altri significati: la seduzione, l’erotismo, ma anche il senso del pudore.  La Venere di Urbino (fig.5), capolavoro di Tiziano che è possibile ammirare alla Galleria degli Uffizi di Firenze, è un perfetto esempio di questo senso di nuova sensualità, veicolato non solo dalla completa nudità della dea, ma anche dalla rosa che stringe nella mano destra e dalla quale cadono alcuni petali: la bellezza, che è destinata a svanire come i fiori ad appassire, ora è davvero fisica e, anche per questo, altamente erotica.

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fig. 5

Nel Seicento, secolo durante il quale si afferma in ambito artistico l’estetica barocca, il nudo femminile, malizioso e intrigante, gioca sapientemente sulla dialettica fra sacro e profano, proponendo anche la narrazione di miti resi teatralmente nella loro violenza e nel loro erotismo.

Se nei secoli successivi non notiamo novità sostanziali nella raffigurazione e significazione del seno femminile, agli albori del Novecento la rappresentazione del nudo di donna si carica di significati altri: psicologici, umani. Ne sono un esempio le donne di Egon Schiele (fig. 6 e 7), pupillo di Klimt. I corpi nudi non narrano soltanto una nuovo senso di libertà e sensualità, ma sanno descrivere anche le ossessioni più intime e spiazzanti che uniscono corpo e mente, e gli aspetti più contraddittori dell’eros e dell’animo umano.

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fig. 6
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fig. 7

La storia dell’arte, come suggeriscono questi spunti – davvero irrisori rispetto alla vastità degli esempi che si potrebbero citare, non soltanto occidentali, con numerose altre allusioni e significazioni – narra di come sia mutata nei secoli e secondo i diversi gusti culturali e correnti artistiche la percezione del corpo della donna, del quale il seno si è elevato spesso ad emblema: luogo di nutrimento, specchio di un’armonia a cui ambire, strumento di seduzione ma anche soltanto attributo da rendere con estremo realismo o aggressiva distorsione.

Che cosa racconta, invece, la censura odierna, alla luce di questa evoluzione diacronica dei significati legati al corpo femminile?

Valentina Villani

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