App Immuni e privacy: dove siamo rimasti?

Il mese scorso è stata annunciata una nuova app rilasciata dal governo italiano per poter tracciare i movimenti delle persone nella “Fase 2” dell’emergenza Coronavirus. Si chiama “Immuni” e potrà essere scaricata su base volontaria e in maniera del tutto gratuita. Il mancato uso non comporterà alcuna limitazione degli spostamenti o conseguenze legali. La diffusione dell’applicazione avverrà per step, infatti inizialmente verrà testata in alcune regioni. Solo a fine maggio, probabilmente, sarà disponibile per tutti.

Gli utenti potranno installarla su smartphone iPhone e Android, ma per farla funzionare sarà necessario anche aggiornarne i sistemi, con un update in via di rilascio direttamente da parte di Apple e Google. È possibile, però, che gli smartphone troppo vecchi, per cui non è previsto l’aggiornamento di sistema, siano esclusi dalla novità.

L’app, come tutte quelle che sono in uso o in preparazione in molti paesi (quasi tutti quelli europei, tra cui la Norvegia che già l’ha lanciata; gli Stati Uniti; l’India, Singapore, l’Australia…) servirà ad automatizzare, in qualche modo, il tracciamento delle persone che sono state in contatto con i positivi da Coronavirus. In questo modo sarà possibile applicare misure di isolamento e tamponi con più precisione, cioè solo verso chi è a rischio contagio, invece di applicare un lockdown generalizzato. Secondo l’Oms, il tracciamento dei contagiati è un’arma importante nella “Fase 2” e tale è stata riconosciuta anche dall’ultimo Dpcm.

Ansa.it

Per questa operazione sarà fondamentale dare il consenso al trattamento dei propri dati personali, che saranno richiesti, si pensa, al momento del primo accesso. L’applicazione ha, per logica, il potenziale di venire a sapere tutto delle persone che si sono registrate: dove vivono e dove sono state, con chi e quando hanno avuto contatti.

Perciò, nelle scorse settimane si è scatenata una bufera in merito alla questione privacy: c’è il rischio concreto che molte persone non usufruiscano dell’app proprio per il motivo sopracitato, in quanto una delle opinioni predominanti sul web fa emergere il dubbio che Immuni sia solo uno strumento in mano al Governo per controllare la popolazione per scopi non etici.

Il Governo però ha assicurato massima trasparenza sull’uso dell’app: nel decreto si prevede che “gli utenti ricevano, prima dell’attivazione dell’applicazione, informazioni chiare e trasparenti al fine di raggiungere una piena consapevolezza, in particolare, sulle finalità e sulle operazioni di trattamento, sulle tecniche di pseudonimizzazione utilizzate e sui tempi di conservazione dei dati”.

Il Governo ha poi modificato alcune funzionalità dell’applicazione, assicurando: garanzie su anonimato e privacy; l’eliminazione della geolocalizzazione a favore del “tracciamento di prossimità dei dispositivi resi anonimi”; l’imposizione di un limite alla conservazione e trattamento dei dati, che saranno infatti cancellati entro e non oltre il 31 dicembre 2020, data di cessazione dello stato di emergenza.

I dati personali raccolti sono pertanto esclusivamente quelli necessari ad avvisare gli utenti dell’applicazione qualora dovessero rientrare tra i contatti stretti di altri utenti accertati positivi al Covid- 19, nonché ad agevolare l’eventuale adozione di misure di assistenza sanitaria in favore degli stessi soggetti.

Da questa riflessione sulla privacy e sulla protezione dei dati su internet una domanda sorge spontanea: che differenza c’è tra un’app creata dal Governo per proteggere la salute dei cittadini e una creata da una persona “qualunque” con scopi ludici? Perché milioni di persone si fidano di più della seconda opzione, lasciando giornalmente tracce di sé online, ma non accettano di buon grado una proposta innovativa per usare la potenza della tecnologia con finalità sanitarie?

Rebecca Nisi

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