Nessuno tocchi Caino, almeno in lockdown.

Nei due mesi iniziali della Pandemia Globale, “l’esperimento tecnologico” è uno dei più riusciti pur avendo avuto delle ripercussioni negative legate ai temi lavorativi o scolastici. 
Siamo stati ammaliati dagli schermi che hanno permesso di farci considerare una nuova normalità accorciando tutte le distanze fisiche e mantenendo intatte quelle sentimentali. 

Whatsapp si è rivelata, ancora una volta, l’app più efficace per la messaggistica temporanea; peccato, però, che una videochiamata possa ospitare al massimo quattro persone. Così siamo passati ad HouseParty, app ancora poco chiara per noi che chiamiamo lo smart-working, il tele-lavoro e troppo americana (gente “che entra e che esce” da una stanza virtuale, collegandosi ed interagendo con altri gruppi, in cui, a volte, sono presenti partecipanti non conosciuti direttamente). C’è un’app però che ha avuto la meglio includendo le esigenze lavorative, scolastiche e di divertimento: Zoom. 

La possibilità di accedere per una cinquantina di persone ad un meeting gratuitamente, di condividere lo schermo, di registrare, di creare sondaggi interattivi e di chattare. Tutte queste caratteristiche sono il mezzo, perchè il fine riguarda il primato che ha avuto questa app: per la prima volta nella storia, le sentenze di condanna a morte che sono state trasmesse ed annunciate attraverso uno schermo. 

In un momento di stop globale da attività quotidiane che ha caratterizzato le più diverse categorie lavorative, il diritto di decidere sul destino della vita, e della morte, di una persona non si è fermato. La pena di morte, nel mondo, è ancora resistente anche a  fronte delle innumerevoli moratorie che sono state eseguite e all’impegno delle reti solidali e abolizioniste. Negli anni, ci sono stati paesi che hanno mantenuto il primo posto sul podio per il numero più alto di esecuzioni compiute ma tra questi, non sono presenti né la città-stato di Singapore né la Nigeria che invece in lockdown si sono date da fare condannando a morte, via Zoom. 

Chissà se i fondatori ed i progettisti dell’app, si sarebbero immaginati di essere complici d’interruzione di una vita umana. E noi, riusciremo ancora a divertirci ed essere spensierati guardando dallo stesso schermo da cui una persona ha ricevuto la sentenza della sua condanna a morte?

Federica Tessari

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