To MES or not to MES – that is the question

Sono ormai diversi mesi che il meccanismo europeo di stabilità (MES) è la primadonna della scena politica italiana, nonché strumento di propaganda antieuropea.     
Al di là del modo più meno accurato con cui questo è stato dipinto, occorre comprenderne il funzionamento tecnico, presupposto imprescindibile per poterne dare un giudizio autentico.
Dal momento che ogni opinione sulla bontà di uno strumento è relativa ai concorrenti occorre inizialmente interrogarsi sulle esigenze che hanno portato alla sua creazione. Successivamente, si procede all’analisi del funzionamento e dell’evoluzione in seguito all’emergenza Covid-19. Infine, si possono trarre le debite conclusioni volte a sottolinearne luci e ombre.

Era il maggio 2010 quando l’Unione Monetaria, in balia della crisi del debito sovrano che minacciava la stabilità del continente, adottò due nuovi strumenti temporanei volti ad assistere alcuni paesi a rischio insolvenza (in particolare Grecia, Irlanda e Portogallo): l’EFSM (Meccanismo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria) e l’EFSF (Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria). Dalle ceneri di questi, nel 2012, venne creato il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), approvato in Italia dal governo tecnico Monti.
Da allora, il MES ha continuato a operare acquistando obbligazioni dei paesi richiedenti a tassi più bassi dei tassi di mercato, in quanto gode di un rating “AAA”, sintomo di particolare affidabilità, al contrario dei rating dei paesi che ne usufruirebbero, i cui titoli avrebbero tassi di interesse molto più elevati dato il rischio di insolvenza.

Il MES è governato da un organo intergovernativo presieduto dall’italiano Mario Centeneo, al cui board siedono i ministri delle finanze dei 19 paesi dell’eurozona (l’Italia è rappresentata da Roberto Gualtieri). Le decisioni vengono prese all’unanimità o a maggioranza qualificata in base alle quote di capitale: l’Italia, che è tra i tre paesi con più quote (determinate sulla base del peso commerciale) ha diritto di veto.
Il MES opera in due modi diversi: erogando prestiti ai Paesi in difficoltà o fornendo linee di credito, grazie a un capitale sottoscritto di 700 miliardi di euro (di cui circa l’11% già versato). Finora, solo il primo metodo è stato utilizzato, in quanto l’acquisto dei titoli di stato era coperto dalla Banca Centrale Europea con il programma di quantitative easing conclusosi quest’anno.      
Per accedere al MES è necessario rispettare i requisiti del Patto di Stabilità e Crescita ratificato con i trattati di Maastricht e Amsterdam: rapporto deficit/PIL inferiore al 3% e rapporto debito/PIL inferiore al 60% (quello italiano pre-Covid ammontava a 134.8%, secondo al mondo solo al Giappone). In mancanza di questi, è comunque possibile accedervi prendendo accordi di riduzione del debito specifici (la ristrutturazione non è che un caso estremo dal quale i creditori cercano di tenere le distanze poiché comporta una parziale insolvenza, seppur concordata), volti a tutelare la stabilità e a rassicurare il mercato, considerati i tassi bassi.

A seguito dello scoppio della pandemia, che ha colpito tutti i Paesi dell’Unione, è sorta la necessità di adottare strumenti per sostenere i singoli Stati, nonché la spesa in sanità. In merito, i requisiti di accesso al MES sono sospesi e gli Stati che vi accedono possono usufruire di prestiti fino al 2% del PIL per spese sanitarie in senso lato.

In conclusione, il MES, creato molto prima dei recenti dibattiti, è uno strumento su attivazione volontaria che può sostenere Paesi in difficoltà, ma che non sostituisce politiche di sviluppo e di crescita sostenibile. Come ogni prestito, paga un interesse (in caso contrario non troverebbe creditori), ma inferiore a quello che sarebbe determinato dal mercato per un Paese sull’orlo della crisi.

Simona Ferrero

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