Skam: un velo contro ogni discriminazione

Skam significa vergogna, disagio. Skam è il motore che anima le storie di ognuno dei protagonisti, costretti a vivere con disagio il loro essere giovani. Ma Skam, a nostro avviso, è anche quello che la serie ci restituisce: un misto di vergogna e disagio verso la mentalità chiusa e bigotta che anima il nostro tempo e che legittima  comportamenti estremisti e discriminatori.

Io non vi sopporto quando fate casino e non mi fate studiare e non capite che l’unico modo che ho per essere accettata in questo paese è studiando e lavorando quattro volte più di voi e comunque non basterà […]. Non sopporto le mie amiche musulmane, perché non mi chiudo come loro nel centro islamico, ma provo a fare le cose che fanno tutte le ragazze italiane […]. Forse hanno ragione: io non sarò mai come voi; forse non sarò mai abbastanza niente; sarò solo un piccolo incrocio venuto male pieno di rabbia per gli altri.” 

Skam Italia, remake italiano dell’omonima serie norvegese disponibile su Netflix e Tim Vision, mette in scena la vita di un gruppo di adolescenti e il loro percorso di crescita fino al raggiungimento della maturità scolastica. Durante le quattro stagioni, attraverso la vita e il punto di vista di uno dei protagonisti, fatti di feste e pomeriggi di studio, vengono trattate tematiche quali il coming out, il revenge porn, la sessualità senza filtri e la fede islamica.

A conquistare il pubblico è stata soprattutto la quarta stagione – uscita su Netflix a maggio – incentrata sulle vicende di Sana, giovanissima musulmana praticante italiana. Il regista Ludovico Bessegato è stato supportato nella scrittura di questa stagione da Sumaya Abdel Qader, attivista, fondatrice dei Giovani Musulmani d’Italia e Consigliera Comunale di Milano. Dalla loro collaborazione nasce la stagione sicuramente più riuscita, più profonda e capace di scuotere le menti.

Sana è un ragazza intelligente e ironica, fortemente credente e praticante, ma che sceglie di non rinunciare alla bellezza dei suoi anni: frequenta feste, studia per entrare a Medicina, organizza il viaggio della maturità in Grecia, si occupa di Radio Osvaldo e si innamora di un ragazzo non più musulmano. Al tempo stesso, osserva con rigore i cinque momenti di preghiera quotidiani, segue il Ramadan e sceglie di portare l’hijab. Questa scelta, perseguita con convinzione e coraggio, la porta a dover fare i conti con i giudizi altrui, a cominciare proprio da quello dei suoi amici. Episodio dopo episodio, si assiste al tentativo di incontro di questi due mondi – fede e vita sociale – così apparentemente distanti.

L’obiettivo della quarta stagione, infatti, è di sfatare tutti i falsi miti che ruotano intorno al mondo islamico, di far crollare lo stereotipo della musulmana sottomessa. Portare alla ribalta la vita di una ragazza musulmana di seconda generazione è stata una lezione di vita per tutti e al contempo, come affermato dalla stessa Sumaya, un riscatto per le ragazze musulmane, che ogni giorno, in Italia, sono spesso additate come pericolose solo perché di credo religioso differente. 

Se ti dicessi che per me portare il velo è una scelta femminista che mi dici? Pensi che sono pazza ed è solo una cosa che mortifica le donne. Pensate tutti la stessa cosa: che sono una sottomessa, oppressa dai genitori. E se anche vi dico che nessuno mi costringe a mettere il velo, che è una mia scelta, che è una mia scelta arrivare vergine al matrimonio, voi pensate che mi abbiano fatto il lavaggio del cervello.

La scelta di portare l’hijab è sicuramente una delle tematiche più calde nella società contemporanea: per Sana, tuttavia, è una scelta consapevole, parte di un credo profondo e di un percorso spirituale. È una scelta femminista, perché lascia alla donna decidere del proprio corpo, ma è anche una scelta ribelle, perché si pone contro i classici principi di femminilità, che vedono il velo come un sacrificio per la bellezza femminile.

Cosa fa di Skam un vera serie cult del momento?                                                                                     

Probabilmente la capacità di parlare ai giovani dei giovani, attraverso il loro linguaggio, permettendo al contempo allo spettatore di calarsi nelle loro vite, nelle loro parole e nei loro problemi quotidiani. Per alcuni versi, la serie attua quel processo di ricerca e di comprensione dell’altro che spesso rifiutiamo di compiere nella vita quotidiana e lo rappresenta in modo quasi banale. Vincente è anche la scelta di utilizzare il linguaggio giovanile romano, che rende ogni dialogo ancora più realistico e vero, nonché di inserire musiche che animano quotidianamente le nostre playlist, da Gazzelle, a Calcutta, fino ai Radiohead. Tutto è familiare in Skam, tutto è vero, tutto è “nostro”.

Skam è lo specchio riflesso della nostra società: una società in cui la paura del diverso sembra essere ancora una delle piaghe maggiori con cui doversi rapportare e di cui non si riesce a fare a meno. Si pensi alle calunnie che hanno ricoperto il nome di Silvia Romano dopo la sua liberazione o all’atroce violenza che ha portato alla morte di George Floyd.  Quando riusciremo davvero a  vedere il diverso come un nostro fratello?

Per dirla con le parole dei giovani protagonisti di Skam: “È uno scandalo Zì”.

Fabiana Brio

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